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BARI – Prosciolti dall’accusa di concorso in riciclaggio. La sentenza nei confronti di Emanuele Degennaro, del boss Savino Parisi e di Vincenzo La Gioia è stata emessa dal gup del Tribunale di Bari Francesco Agnino al termine dell’udienza preliminare. Secondo il giudice per Degennaro – difeso dagli avvocati Domenico Di Terlizzi e Antonio La Scala – e La Gioia – difeso da Beppe Modesti – “il fatto non sussiste”, mentre per Savino Parisi – difeso da Raffaele Quarta e Rubio Di Ronzo – la vicenda è già oggetto del processo Domino in cui il boss è imputato e quindi non può essere giudicato due volte per la stessa cosa.\r\n\r\nIl non luogo a procedere dei tre imputati era stato chiesto anche dal pm, l’aggiunto Pasquale Drago, il quale ha ereditato il fascicolo dagli ex pm della Procura barese, Elisabetta Pugliese e Francesca Romana Pirrelli. Quello che la Procura contestava ai tre riguardava l’acquisto nel 2002 di un immobile al Baricentro che avrebbe consentito di riciclare 6 miliardi di vecchie lire. Il defunto boss di Valenzano Michelangelo Stramaglia avrebbe affidato il denaro a Michele Labellarte (ritenuto il cassiere del clan e anche lui deceduto), perché lo “ripulisse”. I 3,8 milioni di euro sarebbero quindi stati riciclati attraverso un fittizio contratto preliminare di compravendita di immobili fra una società del gruppo Degennaro e Lagioia, prestanome di Labellarte.\r\n\r\nMa secondo il giudice, le indagini “non sono riuscite ad accertare quando e come sia avvenuta l’immissione dei sei miliardi di lire nel gruppo Degennaro”. Per quanto riguarda La Gioia, il gup rileva che “l’attività di indagine non ha consentito di appurare alcun collegamento dell’imputato con la criminalità organizzata facente capo a Savino Parisi”.


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