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Un migliaio di giovani a volto coperto, tra loro molti militanti del circuito ‘antagonistà e non solo, sono scesi per le strade a Napoli, nella prima serata di coprifuoco alle 23, per protestare contro la stretta anticovid varata dal governatore della Campania De Luca. Ci sono stati scontri con la polizia – un centinaiao di agenti in tenuta antisommossa – e lanci di lacrimogeni e petardi, soprattutto davanti al palazzo della Regione. Un cassonetto è stato dato alle fiamme, mentre bottiglie di vetro sono state scagliate contro gli agenti (foto Quotidiano.net).

I manifestanti sono scesi in strada organizzati da un tam tam partito sui social. A protestare non sono commercianti e piccoli imprenditori che lo hanno fatto pacificamente in queste ore, sia a Napoli che a Salerno, ma giovani radunatisi nelle zone tradizionalmente frequentate da universitari e galassia antagonista. «Siamo ad un passo dalla tragedia, serve un lockdown nazionale», con i contagi Covid che superano i 19mila casi in un giorno, aveva detto il presidente De Luca rendendo esplicito il pressing che arriva anche dagli scienziati e da pezzi della maggioranza affinché il governo metta in campo un intervento drastico per fermare l’impennata della curva epidemiologica. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per il momento dice no: «dobbiamo scongiurare un secondo lockdown generalizzato». Ma il premier sa che il tempo stringe e che saranno necessarie nuove misure. Quali, è l’argomento delle riunioni di queste ore anche sulla base dell’allarme che arriva del monitoraggio settimanale del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità: «la situazione è grave vanno limitati i contatti, la popolazione resti a casa quando possibile. Servono restrizioni di attività non essenziali e della mobilità». La linea del governo resta quella ribadita anche oggi dal premier: «dobbiamo contenere il contagio puntando a evitare l’arresto dell’attività produttiva e lavorativa, la chiusura degli uffici pubblici, come la chiusura delle scuole». Le ipotesi sul tavolo sono dunque diverse e una decisione non è stata ancora presa: si va da un coprifuoco generalizzato che potrebbe essere anticipato al tardo pomeriggio a chiusure ‘a tempò, da un minimo di due settimane a un mese, fino al divieto di spostamento tra le regioni. L’ennesima giornata convulsa nei palazzi della politica inizia con lo show via Facebook del governatore campano. «Dobbiamo chiudere tutto e dobbiamo decidere oggi, non domani. Dobbiamo chiudere per un mese, 40 giorni e poi si vedrà, senza soluzioni drastiche non possiamo reggere» dice De Luca che tra sabato e domenica potrebbe firmare l’ordinanza che chiude la regione. «Nel giro di pochi giorni rischiamo di avere le terapie intensive intasate». Sulla stessa linea si muovono anche gli scienziati, ormai da diversi giorni. Un centinaio tra professori universitari, ricercatori ed esperti hanno scritto direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere «misure drastiche nei prossimi 2 o 3 giorni» e Giorgio Parisi, fisico dell’università La Sapienza di Roma avverte: «senza misure forti tra due settimane le morti potranno superare le 400». Allarme anche dagli anestesisti secondo i quali entro 15 giorni ci sarà un raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva e quello sarà il «punto di rottura». La linea di De Luca resta al momento isolata tra i governatori e anzi viene contrastata apertamente da Attilio Fontana. «Un secondo lockdown sarebbe insopportabile per il paese, rischieremo di non essere in grado di risollevarci» sostiene il governatore lombardo chiedendo comunque «sacrifici» ai cittadini. Anche il presidente della Conferenza Stato Regioni Stefano Bonaccini frena affermando che sul no ad un nuovo lockdown c’è «uniformità di vedute» tra governo e regioni e il ministro Teresa Bellanova ribadisce la posizione di Italia Viva: un coprifuoco nazionale provocherebbe «ripercussioni pesantissime sulla vita delle persone e dell’intero sistema produttivo che il paese non si può permettere». Posizione ben più morbida di quella di altri ministri, Roberto Speranza e Dario Franceschini su tutti, che da giorni spingono per misure più dure. E il premier deve fare i conti anche con le prime crepe nella maggioranza. «C’è qualcosa che non va nella gestione dell’emergenza – dice esplicitamente Renzi – chiederemo conto nelle sedi opportune di queste lacune, ora lavoriamo». Parole non molto diverse da quelle di Di Maio. «Alcune cose non vanno, penso alle file di 8-10 ore ai drive in. Su questo, come su altri aspetti, il governo deve lavorare duramente». Né il leader di Iv né il ministro degli Esteri fanno nomi, ma il bersaglio è chiaro: il ministro Speranza. A dare una sponda a Conte è Zingaretti, invitando alla «responsabilità collettiva» e sottolineando la necessità di «collaborare» tutti insieme per «sbarrare ogni possibile strada» al virus. Nelle prossime ore l’Italia supererà un’altra soglia psicologica, quella dei 20mila casi in un giorno. Ed è molto probabile che dopo quel numero si deciderà come intervenire. Intanto Conte ha visto a palazzo Chigi il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, per fare il punto della situazione e capire come poter supportare al meglio gli ospedali che potrebbero andare in sofferenza: nei magazzini ci sono infatti altri 1.300 ventilatori polmonari che possono essere distribuiti alle regioni in caso di necessità. E in attesa delle nuove misure, le Regioni continuano ad andare in ordine sparso. Con Piemonte e Calabria, che si aggiungono a Lazio, Lombardia e Campania, salgono a cinque le regioni che hanno stabilito il coprifuoco dalle 23 o 24 alle 5 del mattino successivo. E sabato sarà la volta della Sardegna. Si continuano a muovere anche i sindaci, come quello di Roma Virginia Raggi che ha firmato un’ordinanza che prevede per i minimarket il divieto di vendita di alcolici dalle 21 alle 7 nei fine settimana mentre a Palermo è scattato il divieto di sostare in strada dalle 21 fino alle 5 nelle zone della movida.


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