Viviamo in un mondo incredibilmente avanzato, ma forse, allo stesso tempo un po’ più incapace.
Non meno intelligente, ma certamente più dipendente, più delegante e soprattutto più distante dal “saper fare”.
La tecnologia oggi ci accompagna in ogni momento della giornata. Ci semplifica la vita, ci fa risparmiare tempo, ci evita fatica. Se qualcosa si rompe, chiamiamo qualcuno. Se non sappiamo fare qualcosa, cerchiamo un’app. Se abbiamo un dubbio, lo chiediamo a uno schermo. Ed è tutto così normale che quasi non ci facciamo più caso.
Abbiamo esternalizzato competenze che per secoli erano parte dell’essere adulti: saper aggiustare, comprendere i limiti dei materiali, valutare un rischio concreto, assumersi la responsabilità di un errore pratico. La manualità non era solo una questione tecnica, ma un modo di pensare: diretto, consequenziale, legato alle conseguenze reali delle proprie azioni.
La tecnologia ha spezzato questo legame. Ci ha resi estremamente abili nel gestire sistemi complessi che non comprendiamo fino in fondo, e sorprendentemente impreparati davanti a problemi semplici ma materiali.
Nel mondo del lavoro questo scarto è sempre più evidente. Molti mestieri manuali sono stati relegati ai margini non perché inutili, ma perché difficili da tradurre in status. Eppure sono proprio questi lavori a mantenere una relazione diretta con la realtà fisica: energia, infrastrutture, manutenzione, produzione.
Ma cosa succederebbe se, a un certo punto, tutta questa tecnologia non ci fosse più? Anche solo per un periodo? Quanti di noi saprebbero cavarsela davvero? Quanti saprebbero riparare, costruire, adattarsi, trovare soluzioni?
La tecnologia ci ha resi potentissimi, ma anche fragili. Abbiamo esternalizzato competenze, memoria, orientamento, perfino decisioni. E c’è poi un altro aspetto, più personale ma non meno importante. Saper fare qualcosa con le proprie mani dà una sensazione particolare. Di autonomia. Di concretezza. Non è un caso se oggi tante persone riscoprono il fai-da-te, la cucina fatta bene, i lavori artigianali, la manualità come hobby. È come se ci fosse un bisogno di tornare a qualcosa di reale, tangibile, in un mondo sempre più astratto.
Non si tratta di tornare indietro né di rifiutare il progresso. La vera sfida è trovare un equilibrio. Usare internet e la tecnologia come strumenti, non come sostituti totale. Non smettere di imparare a fare solo perché “non serve più”, perché è proprio in questo che si costruisce una forma più profonda di intelligenza.