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Collina presso Nagasaki. Scene da un matrimonio. Cio-Cio-San, Butterfly, freme nell’abito nuziale in attesa del suo sposo, il tenente della marina americana Pinkerton.

“Madama Butterfly” – opera in tre atti di Giacomo Puccini – va in scena per la prima volta il 17 febbraio 1904 al Teatro alla Scala di Milano, dove torna – il 7 dicembre 2016, in un trionfo di pubblico e di critica. L’opera, trasmessa in diretta dalla Rai e da più di sette altre emittenti televisive in tutto il mondo, conquista – solo in Italia – il 13,48 per cento di share, nonostante la fascia diurna, la lunga durata e i contemporanei aggiornamenti sulla crisi di governo post referendaria. Più di due milioni di italiani sono rimasti incollati allo schermo televisivo (senza considerare i fortunati che hanno assistito all’opera dal vivo) per seguire la triste storia dell’eroina pucciniana, sedotta e abbandonata dal suo amore americano. Una bella rivalsa per Puccini, dato il fiasco totale della prima assoluta del 1907:

“Con animo triste ma forte ti dico che fu un vero linciaggio. Non ascoltarono una nota quei cannibali. Che orrenda orgia di forsennati, briachi d’odio. Ma la mia Butterfly rimane qual è: l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito. E avrò la rivincita, vedrai, se la darò in un ambiente meno vasto e meno saturo d’odi e di passioni” (Giacomo Puccini, in una lettera di sfogo destinata a Camillo Bondi).

Per la scrittura dell’opera, Puccini si consulta di due donne, entrambe giapponesi: l’attrice Sada Yacco e la moglie dell’ambasciatore nipponico in Italia. Da loro, il compositore trae le atmosfere, la cultura e la sensibilità orientale che infonderà nel personaggio di Cio-Cio-San. La sfortuna dell’eroina è dichiarata sin dalle prime battute dell’opera, con l’aria di Pinkerton “Dovunque al mondo”: nelle parole del militare, avvertiamo l’ombra che incombe sul destino di Butterfly, del tutto accecata dalla giovane età e dall’amore incondizionato per il marito. L’abbandono che segue il matrimonio – che non manca di lasciare un suo frutto nel grembo della ragazza – e l’attesa implacabile e immobile della protagonista culminano – poi – nel secondo atto con il ritorno di Pinkerton in Giappone. Lesa nella sua dignità, distrutto il suo sogno di felicità, famiglia e amore, Butterfly compie il gesto ormai noto che chiude l’opera, nel momento di massimo pathos.

Al di là della moda orientalista che solleticò molti artisti tra Ottocento e Novecento, “Madama Buttefly” è la descrizione toccante di un incontro/scontro tra civiltà e dell’arroganza, crudele e prevaricante, dell’Occidente sull’Oriente. La morte di Cio-Cio-San, fenomeno tragico della tradizione giapponese dell’Harakiri, taglia di netto il ponte lanciato dall’illusoria relazione tra la fanciulla e il suo carnefice e, in maniera più ampia, la possibilità di un incontro pacifico tra le due culture, presagio sinistro dei conflitti successivi che colpirono, con violenza inaudita, proprio la città dove l’opera è ambientata: Nagasaki.


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