C’è chi vive di palchi illuminati, feed sempre aggiornati e presenza costante. E poi c’è chi sceglie di fare il contrario. Lasciare che la musica faccia il suo corso, senza rincorrerci dietro con il telefono in mano.
Nel mondo iperconnesso di oggi, stare lontani dagli schermi è diventato un gesto controcorrente. Ma per alcuni artisti è una forma di eleganza, quasi uno stile di vita. Un modo per dire: io ci sono, ma alle mie condizioni.
L’esempio più iconico, in Italia, resta Mina. Da oltre quarant’anni non appare in pubblico, non posa per le copertine, non va in televisione. Eppure è ovunque. La sua voce continua ad accompagnare generazioni diverse, come un profumo che resta nell’aria anche quando non vedi più chi l’ha lasciato. Mina ha scelto il silenzio mediatico per vivere meglio, per proteggere sé stessa e il suo talento. Il risultato? Un mito che non ha mai avuto bisogno di spiegarsi.
Oggi quella stessa filosofia ritorna in una forma più attuale, meno assoluta ma altrettanto significativa. Calcutta, per esempio, è uno di quegli artisti che sembrano sempre un passo indietro rispetto alla visibilità. Niente sovraesposizione, poche interviste, apparizioni misurate. Le sue canzoni arrivano come messaggi lasciati sul tavolo della cucina: semplici, intime, senza bisogno di cornici.
Questa scelta racconta qualcosa di più grande della musica. Parla di ritmo, di confini, di benessere. In un’epoca che chiede di essere sempre presenti, questi artisti rivendicano il diritto di non esserlo.
Come Calcutta ci sono diversi artisti tra cui Giorgio Poi, che vive la musica come uno spazio intimo, quasi domestico. Niente personaggi costruiti, nessuna sovraesposizione: solo canzoni che sembrano appunti personali condivisi con discrezione. E ancora Colapesce, che negli anni ha imparato a dosare presenza e assenza, evitando l’eccesso e scegliendo con cura quando e come mostrarsi.
La musica torna ad essere un rifugio, non un contenuto da consumare in fretta.
Forse è questo il vero lusso oggi: potersi sottrarre. Restare fedeli a sé stessi, scegliere la qualità del tempo invece della quantità dell’attenzione.