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“Ho visto i lividi su mia figlia, ma volevano che salvassi il matrimonio”: la denuncia di una mamma nel Barese

Un lungo calvario nonostante l'evidenza, il racconto: "Non mi sono sentita protetta dal sistema"

Pubblicato da: Francesca Emilio | Lun, 9 Marzo 2026 - 11:12
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Aveva iniziato a notare lividi sul corpo della figlia, pianti improvvisi, piccoli sanguinamenti alla bocca. Segnali che una madre non può ignorare e che, all’inizio, nessuno riusciva a spiegare. “Nessuno si aspettava potesse essere lui”, racconta oggi una donna del Barese che ha deciso di rendere pubblica la propria storia solo dopo la sentenza di divorzio, chiedendo l’anonimato per se e per la figlia che ancora oggi è alle prese con un percorso per superare il trauma.

Il racconto parte da qualche anno fa. “Sono stata costretta, dopo aver visto quelle immagini, a lasciare casa e ad andare via senza dire nulla”. Quelle immagini arrivano da una telecamera lasciata accesa per poco tempo, due sere. Un tentativo estremo, maturato tra dubbi e sospetti, invece diventa l’innesco di un procedimento giudiziario. Prima il confronto in Questura, poi in Tribunale, perché i familiari avevano già segnalato episodi sospetti quando lei non era presente. Il giudice respinge la richiesta di rientro avanzata dall’uomo e dispone una consulenza tecnica per valutare le sue capacità genitoriali. È su quella consulenza che oggi la donna concentra le sue accuse più dure. Il professionista incaricato, racconta, fin dal primo incontro le avrebbe parlato della necessità di “salvare il matrimonio come se non fosse importante la sicurezza della bambina, ma che la famiglia restasse unita”. “Mi sono sentita minacciata, l’ho riferito al mio avvocato”.

La donna, in particolare, sostiene che l’ex compagno sia stato visto una sola volta, senza un percorso strutturato né terapie, e che l’obiettivo fosse quello di ricongiungere la famiglia “a tutti i costi”. Quando prova a sottoporgli il filmato, afferma che il consulente si sarebbe rifiutato di visionarlo. A distanza di tempo arriva la relazione: il padre viene ritenuto capace di esercitare il proprio ruolo genitoriale, si fa riferimento a un percorso psicologico svolto all’estero. In aula, però, emerge che non vi sarebbe stato alcun percorso diretto con il consulente nominato, ma documentazione prodotta fuori dall’Italia. “Anche cinque incontri non sarebbero stati sufficienti per valutare una situazione del genere – denuncia ancora la donna –  in seguito è emerso che la consulenza era a dir poco falsata, il consulente aveva visto solo quello che voleva vedere a danno della piccola che veniva picchiata in modo a dir poco brutale. A nulla sono servite le denunce contro chi sembrerebbe non avere competenza sui traumi infantili, il tutto con l’avvallo del Tribunale minori che secondo la legge Cartabia doveva essere chiuso e invece si è prorogata la sua esistenza”, prosegue.

Parallelamente, in sede penale, viene disposto un divieto di avvicinamento rimasto in vigore per tutta la durata del procedimento. “Quelle immagini sono state ritenute sconcertanti, tanto da non lasciargli la bambina in quella fase”, racconta. Eppure, spiega, la relazione tecnica ha avuto un peso decisivo nelle determinazioni successive, fino al riconoscimento dei diritti di visita e frequentazione. “Mi sono trovata davanti a decisioni contrastanti – racconta ancora la donna – da una parte il divieto penale, dall’altra una valutazione civile che gli riconosceva la capacità di fare il padre”. La figlia, oggi cresciuta, è seguita da una neuropsichiatra nel Barese. All’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto un anno. Nel frattempo la madre ha presentato diverse denunce, sia nei confronti dell’ex compagno sia contro il professionista che ha redatto la consulenza. “Sono state archiviate”, afferma. Parla di altre segnalazioni viste in Procura e di un clima di silenzio sul territorio.

La donna, racconta che durante il percorso che l’ha portata ad occuparsi poi dei diritti delle altre donne, ha incontrato altre madri “arrivate sull’orlo del suicidio”. La sua battaglia personale si è trasformata in impegno pubblico contro la violenza di genere. “Non salverò il mondo, ma non posso stare zitta”. Critica anche l’applicazione del cosiddetto Codice Rosso, che a suo dire non sempre garantirebbe una tutela effettiva e tempestiva alle vittime. “In nessun Paese si dovrebbe arrivare a questo”, conclude con amarezza. “Prima non ho parlato perché c’erano procedure da rispettare. Ora voglio che si sappia cosa significa affrontare tutto questo: non solo la violenza, ma anche la fatica di farsi credere”, conclude. Va specificato che nell’ambito della redazione dell’articolo è stata ascoltata solo una delle parti coinvolte. La storia però riapre interrogativi sul funzionamento del sistema e sulla reale centralità della tutela dei minori e delle donne.

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