Tre minorenni segnalati per reati di stampo mafioso e tredici per reati legati alle armi. È uno dei dati che emergono dal report presentato da Save the Children sulla criminalità giovanile a Bari nel 2025. Secondo quanto riferito dal procuratore del tribunale per i minorenni, Rosario Plotino, negli ultimi anni si registra un aumento dell’intensità e della pericolosità degli episodi violenti che coinvolgono ragazzi molto giovani. Tra gli oggetti utilizzati compaiono coltelli, bastoni e persino tirapugni.
Plotino ha ricordato alcuni episodi avvenuti negli ultimi anni nel capoluogo pugliese. Il 31 maggio 2024 tre giovani – due minorenni di 17 anni e un 21enne – acquistarono una pistola modificata nel quartiere Japigia. Dopo averla provata su alcuni oggetti decisero di “testarla” su una persona: scelsero un uomo senza fissa dimora di 38 anni, uccidendolo con un colpo al petto. Un altro episodio si è verificato nel luglio 2025 quando un gruppo di giovanissimi, a bordo di due moto, ha attraversato a forte velocità viale Unità d’Italia sparando diversi colpi di pistola. A rimanere ferita fu una ragazza di 20 anni che si trovava nella zona.
Nell’ottobre dello stesso anno cinque ragazzi armati di pistola a pallini e teaser presero di mira per divertimento un venditore ambulante. Secondo il report, alla base dell’escalation di violenza ci sarebbero due fattori principali. Il primo è l’uso di sostanze stupefacenti che, come evidenziato dal procuratore minorile, può portare a perdere il controllo e rendere le reazioni violente sproporzionate. Il secondo fattore riguarda l’utilizzo degli smartphone e dei social network. Sempre più spesso, infatti, appuntamenti per risse o regolamenti di conti vengono organizzati online, mentre sui social si sviluppano fenomeni come cyberbullismo, truffe e spaccio di droga. In molti casi le piazze di spaccio diventano virtuali: gli ordini vengono effettuati tramite chat criptate e la consegna della droga è affidata a minorenni che si muovono su monopattini o biciclette elettriche. Un sistema che, secondo gli osservatori, coinvolge ragazzi molto giovani che spesso non percepiscono il proprio ruolo come criminale ma come parte di una rete che garantisce guadagni e riconoscimento sociale, alimentata anche dall’esaltazione delle figure dei cosiddetti “baby boss” sui social.
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