La sconfitta di Salerno fa male. Fa male soprattutto perché il Bari, per oltre un’ora, aveva dato l’impressione di avere la partita nelle proprie mani e di poter portare a casa un risultato pesantissimo contro una delle principali candidate alla promozione. Poi, in pochi minuti, tutto è cambiato e quel 2-1 lascia più rabbia che preoccupazione.
Perché il Bari visto all’Arechi, almeno per larghi tratti, è stato probabilmente il migliore della stagione. Una squadra corta, aggressiva, capace di giocare con personalità e di mettere in difficoltà la Salernitana. E proprio per questo il risultato finale diventa difficile da accettare. Non è stata una partita persa perché l’avversario si è dimostrato nettamente superiore. È stata una partita che il Bari aveva avuto la possibilità di vincere e che, invece, ha finito per perdere.
Il problema, allora, non è soltanto la sconfitta. È il modo in cui è arrivata. Una squadra che vuole vincere il campionato deve imparare a riconoscere i momenti delle partite e soprattutto deve avere la capacità di chiuderle quando ne ha l’opportunità. Il Bari non lo ha fatto. Ha lasciato in vita un avversario che sembrava in difficoltà e, quando la Salernitana ha alzato la pressione, ha perso quelle certezze che fino a quel momento aveva costruito.
Cinque minuti di blackout possono bastare per compromettere novanta minuti di buon calcio. Ed è probabilmente questa la lezione più importante che arriva da Salerno. Non ci si può permettere di abbassare troppo il baricentro, di smettere di giocare e di pensare soltanto a difendere un vantaggio minimo. Contro squadre di questo livello basta un episodio per riaprire tutto.
Naturalmente non si può ignorare il momento particolare che sta vivendo la squadra. Rastelli ha dovuto fare i conti con diverse assenze, soprattutto nel reparto difensivo, e la mancanza di giocatori importanti ha inevitabilmente ridotto le possibilità di scelta. Ma gli infortuni non possono diventare una spiegazione per ogni difficoltà. Anche perché una squadra costruita per stare ai vertici deve trovare risorse al proprio interno e deve poter contare anche su chi entra dalla panchina.
Ed è proprio questo uno degli aspetti sui quali il Bari dovrà lavorare. Le sostituzioni non sempre hanno prodotto l’effetto sperato e, in una partita come quella di Salerno, serviva probabilmente qualcosa in più per mantenere la squadra dentro la gara fino alla fine. Anche alcuni singoli hanno avuto un calo di concentrazione proprio nel momento in cui sarebbe servita maggiore lucidità.
Nonostante tutto, sarebbe però un errore trasformare questa sconfitta in una bocciatura generale. Il Bari resta una squadra competitiva e la prestazione dell’Arechi lo ha dimostrato. Anzi, proprio il modo in cui ha giocato per gran parte della partita conferma che questa squadra ha qualità e può stare ai vertici del campionato.
Quello che ancora manca è la continuità mentale di una grande squadra. Perché essere forti non significa soltanto giocare bene, mettere sotto l’avversario e creare occasioni. Significa anche essere cinici quando serve, sapere soffrire senza smettere di giocare, sfruttare la panchina e soprattutto non concedere all’avversario la possibilità di rientrare quando la partita sembra già indirizzata.
Il Bari deve imparare da Salerno senza farsi condizionare da Salerno. La seconda sconfitta del campionato non cancella quanto di buono è stato fatto fino a questo momento, ma può diventare un passaggio importante se servirà a correggere quei difetti che, in un torneo equilibrato, rischiano di costare carissimo.
Perché alla fine i campionati si vincono anche così: con la capacità di trasformare una buona prestazione in una vittoria, un vantaggio in un risultato, un momento favorevole in tre punti. Il Bari ha dimostrato di poter essere grande. Adesso deve dimostrare di saperlo essere fino all’ultimo minuto.