Per anni aveva lavorato a contatto con l’amianto, anche a Bari, occupandosi del trasporto e della movimentazione di materiali prodotti dalla Fibronit e poi dalla cementifera barese Sami. Una lunga esposizione professionale che, secondo quanto riconosciuto dal Tribunale di Potenza con sentenza ora definitiva, è legata al mesotelioma pleurico che ha causato la morte dell’uomo nel 2018.
A ottenere il riconoscimento è stata la moglie dell’autista, che per dieci anni ha portato avanti la battaglia contro l’Inail, iniziata dal marito quando era ancora in vita. Il Tribunale ha accertato complessivamente 16 anni e 7 mesi di esposizione professionale all’amianto, ricostruendo un percorso lavorativo iniziato già negli anni precedenti nelle fonderie Fiat di Mirafiori e proseguito poi anche nel Barese.
Nel 2016, dopo la diagnosi di mesotelioma, il lavoratore aveva chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. La richiesta era stata respinta perché l’istituto aveva ritenuto insufficiente la documentazione presentata. Dopo la morte dell’uomo, avvenuta nel giugno 2018, la moglie, oggi residente nel Potentino, ha deciso di proseguire l’iter. Anche la nuova domanda, però, era stata respinta. Nel 2021 la donna, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, si è quindi rivolta al Tribunale.
Nel corso del processo, testimonianze e accertamenti hanno confermato l’esposizione professionale e il nesso causale con il mesotelioma pleurico. Secondo i calcoli dell’Ona, gli arretrati ammonterebbero a circa 150mila euro. Alla vedova spetta inoltre una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro al mese, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo per le vittime dell’amianto.
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