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Stipendi fermi e la pausa pranzo diventa un lusso: per mangiare al bar si spendono fino a tremila euro l’anno

I costi crescono dell'otto per cento in dodici mesi, spingendo gli italiani a scegliere pranzi preparati casa

Pubblicato da: redazione | Ven, 9 Ottobre 2026 - 19:37
foto pixabay

Acquistare il pranzo in bar, tavole calde o punti di ristoro costa sempre di più: rispetto allo scorso anno si arriva a spendere fino all’8% in più e, rispetto a 25 anni fa, l’aumento arriva a +368%. Anche i piatti più semplici hanno raggiunto prezzi inauditi: per un tramezzino, una bottiglietta d’acqua da mezzo litro e un caffè si spendono fino a 7 euro. Chi mangia fuori in pausa pranzo e decide di prendere un piatto di pasta, una bottiglietta d’acqua da mezzo litro, un dessert e un caffè spende una media di 16,19 euro. Con questi costi, la spesa media a settimana ammonta a circa 81,00 euro. Considerando qualche pasto completo e qualcuno più frugale, si raggiunge una spesa annua tra i di 2.760 euro e i 3.250 euro. E’ quanto afferma Federconsumatori.

“Con gli stipendi fermi e con le spese che crescono su molti versanti, i lavoratori cercano di risparmiare su questa voce, optando per soluzioni alternative e più economiche. Alcuni decidono di acquistare prodotti monodose o piatti pronti al supermercato o nei punti vendita della gdo, che offrono soluzioni sempre più varie e fantasiose in questo senso.

Il risparmio più grande si ha portando il pranzo da casa: soluzione che, oltre al vantaggio economico (che il nostro Osservatorio ha quantificato in un risparmio di circa il 75% rispetto al bar/tavola calda), consente di seguire più agevolmente eventuali regimi dietetici e, in ultima analisi, di risparmiare il tempo impiegato per fare la fila al bar, a vantaggio di una breve pausa di relax, o di una leggera passeggiata, prima di riprendere l’attività lavorativa.

Il prezzo medio di un pasto tipo home made è infatti di circa 4,90 euro, ma è possibile preparare schiscette decisamente più economiche, anche sotto i 2 euro, se operiamo scelte ponderate e prediligiamo pasti vegetali che prevedono la sostituzione di proteine animali – più costose – con i legumi. Per quanto riguarda la cottura dei cibi è preferibile, per risparmiare tempo e gas, cucinare la quantità di cibo che ci serve per più giorni. Un esempio pratico? Possiamo cuocere in un’unica soluzione la quantità di farro che ci serve per tre giorni in pentola a pressione, in modo da ridurre anche i tempi di cottura e risparmiare in bolletta.

Insomma, anche sul tema della pausa pranzo gli italiani fanno i conti con gli aumenti del costo della vita e corrono ai ripari, operando qualche rinuncia. In tanti si riscoprono più attenti al risparmio, con un beneficio indiretto anche per la qualità dell’alimentazione e della salute. Rimane il fatto che, nell’ottica di tutelare il potere di acquisto dei lavoratori, occorrono interventi strutturali. In primo luogo, chiediamo un innalzamento del valore dei buoni pasto, spesso del tutto insufficienti a fronte degli aumenti registrati negli ultimi anni.

Inoltre, sollecitiamo un monitoraggio puntuale e continuo dei prezzi praticati da bar, tavole calde, mense, punti di ristoro e gdo. Gli aumenti registrati risultano, infatti, in molti casi, sproporzionati rispetto all’effettivo andamento dei costi di gestione e potrebbero risentire, spesso, di dinamiche poco trasparenti e volontà speculative”.

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