Siamo in bagno e lui c’è, siamo a lavoro e lui c’è, cuciniamo e lui c’è, andiamo ad una festa e lui c’è. No, non parlo del partner o dell’angelo custode. Il lui è il nostro smartphone.\r\nQuante volte sarà capitato che usciti di casa abbiamo la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Il panico ci assale. La paura principale riguarda il portafogli? Le chiavi di casa? Ma certo che no. Il pensiero va subito a lui, il nostro telefono-intelligente!\r\nUna tendenza in forte rialzo tra gli studenti in tutti i paesi industrializzati è proprio la Nomofobia: la paura di essere senza cellulare.\r\nIl termine Nomofobia, abbreviazione di “no-mobile-phone phobia”, è stato coniato recentemente, nel 2010, a seguito di uno studio di ricerca britannico commissionato dal responsabile del settore di telefonia di “Post Office Ltd” per indagare le ansie di cui sono vittime gli utenti di telefonia mobile.\r\nLo studio ha rilevato che quasi il 53% degli utenti di telefonia mobile in Gran Bretagna tende ad essere ansioso quando “perde il telefono cellulare, o ha la batteria scarica, o non ha copertura di rete”. Il campione dello studio era formato da 2163 persone e il 50% di loro ha giustificato questa paura come dovuta al fatto che il non avere il telefono non permette loro di mantenersi in contatto con amici e parenti. Lo studio ha inoltre visto che i livelli di stress indotti dalla Nomofobia sono paragonabili a quelli prodotti dal “nervosismo il giorno prima delle nozze” e dal tragitto per andare dal dentista.\r\nNegli Stati Uniti i risultati sono ancora più eclatanti. Circa 2 persone su 3 dormono accanto ai loro smartphone e tra gli studenti universitari la percentuale è ancora più alta. Il 34% ha ammesso di rispondere al telefono anche durante rapporti intimi con il partner. Una persona su 5 preferirebbe camminare senza scarpe per una settimana piuttosto che stare lontano dal telefono. Insomma il 66% di adulti soffre di Nomofobia.\r\nÈ vero. Le nuove tecnologie ci rendono la vita più facile sotto molteplici aspetti e ci permettono di lavorare in maniera più efficiente. Ma è proprio questo il punto. Possiamo trasformare quello che dovrebbe essere il nostro servo nel nostro capo?

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