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Daredevil è tornato, e lo ha fatto in maniera roboante nella seconda stagione della serie TV a lui dedicata targata Marvel/Netflix, confermando di fatto la bontà qualitativa di questi prodotti, grandi successi di pubblico (un po’ meno di critica), ma evidenziandone anche i fisiologici difetti.

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La storia: Matt Murdock continua la sua vita come avvocato di giorno e vigilantes mascherato di notte, sempre in difesa degli innocenti e del suo quartiere, Hell’s Kitchen. Sconfitto Wilson Fisk, il possente zar del crimine che ora marcisce in carcere, sembra giunta una nuova era nella quale il bene possa finalmente vincere, dopo tanta sofferenza. Immancabilmente, però, una nuova oscura presenza si palesa nel quartiere, in modo brutale: qualcuno sta assassinando, anzi macellando, i membri delle principali gang criminali rimaste a Hell’s Kitchen. Daredevil dovrà dunque affrontare un nemico del quale scopriamo subito nome e cognome: Frank Castle, meglio conosciuto come il Punitore. Questi è intenzionato a portare a termine una sua vendetta personale contro coloro che si muovono nel sottobosco criminale, i quali si sono macchiati di un terribile delitto. Ancora, il protagonista dovrà pure fare i conti con una minaccia ancora più grande, già intravista nella prima stagione, che proviene dall’Oriente e affonda le sue radici nel misticismo. E, come se non bastasse, direttamente dal passato del protagonista, farà il suo ritorno il suo primo, grande, tormentato amore: Elektra. Quando si dice “piovere sul bagnato”.

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La costruzione dell’intera seconda stagione di Daredevil, a livello narrativo, è edificata su blocchi, blocchi tematici grossi e imponenti che si incastrano (talvolta alla meno peggio), schiacciando però sotto di loro tutto quello che non appartiene per natura al loro canone fisiologico.

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Abbiamo sempre a che fare con un prodotto di distinta fattura, un drama action e d’avventura con sfumature pulp e hard boiled, con protagonista un personaggio nato nell’universo dei supereroi Marvel, ma piuttosto borderline, e talvolta antitetico alla figura stessa dell’eroe. Rispetto alla prima stagione dello show, però, viene alzata l’asticella e aumentato il contenuto in maniera evidente. Se prima avevamo a che fare con un unico fil rouge narrativo, alla fine del quale trovavamo il “boss finale” Wilson Fisk, un villain caratterizzato in maniera sopraffina, qui il suddetto filo rosso si sdoppia, creando due storyline parallele che si intrecciano spesse volte tra loro, con altrettanti personaggi archetipici di riferimento, il Punitore ed Elektra. Per il protagonista, e dunque indirettamente per lo spettatore, tutto questo aumenta la posta in gioco, scelta apprezzabile e che denota una crescita, ma che, contestualmente, espone il fianco mostrando evidenti difetti, specie a livello di scrittura, i quali penalizzano in maniera sostanziale l’esito finale.

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Molto affascinante è il primo atto della stagione, che si sviluppa nei primi quattro episodi della stessa: Daredevil contro Punisher, in uno scontro tanto fisico quanto ideologico tra due giustizieri lievitati dalla stessa massa, ma che hanno poi preso strade radicalmente diverse, con il primo che tassativamente non uccide i criminali, a differenza del secondo. Da questo confronto nasce un’analisi molto profonda, quasi filosofica, su temi importanti come la fede, la speranza, il senso di colpa e la redenzione, in una diatriba che espone anche i tanti controsensi del protagonista, che di giorno è un uomo che lotta perché i suoi assistiti vengano difesi dalla legge, ma che poi di notte prende la legge nelle sue mani e la ignora beatamente. Va detto che, però, questo confronto viene ripetuto più, e più, e più volte nel corso della stagione, talvolta girando un po’ a vuoto e ripetendosi, cosa che lo rende occasionalmente stantio.

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E poi arriva Elektra, forza caotica e dirompente, una donna instabile, violenta, viziata che sconvolge il precario ordine che Matt, già di per sé personaggio tormentato, prova ogni giorno a costruire e tenere in equilibrio. Elektra non rappresenta propriamente il fascino tentatore del Male, ma ci si avvicina pericolosamente. Anche perché il Male c’è eccome, ed è rappresentato da un’organizzazione criminale giapponese che rischia seriamente di mettere a ferro e fuoco la città natale di Murdock, visceralmente amata dal protagonista.

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Il risultato è una serie TV molto complessa, stratificata, densa, che alterna momenti di climax a fasi di plateau, come fosse un film, della durata, però di ben tredici ore. Il risultato è quindi omogeneo, ma talvolta poco armonico, con momenti di stanca che dovrebbero essere sorretti da dialoghi accorti, ma che talvolta falliscono nell’intento di creare un moto di pensiero nello spettatore. La parte action della serie è invece estremamente godibile, con lotte ben coreografate, in particolare un stupenda sequenza che vede Daredevil combattere contro un’intera gang criminale tra i corridoi e le rampe di scale di un palazzo.

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Come per la prima stagione, inoltre, il finale è la parte più debole del tutto, e delude quel tanto che basta a lasciare un senso di leggera insoddisfazione. Fermo restando, però, che abbiamo a che fare con un prodotto encomiabile, che merita di essere visto e applaudito, anche e soprattutto perché realizzato con un budget sostanzialmente esiguo.

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La seconda stagione di Daredevil è quindi buona, quasi ottima televisione. E riesce a proporre un genere di nicchia, come quello dei supereroi, in maniera credibile, realistica e carica di fascino a un pubblico quantomai eterogeneo. E questa è, alla fine, la cosa più importante.


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