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“Auguro a Bari di essere una ‘città educativa’, perché tutti devono contribuire alla formazione di una gioventù onesta, dagli abitanti alle associazioni”. Don Ciotti, presidente di Libera, spiega la sua idea di legalità “partecipata”, rivolgendosi prima al sindaco di Bari Antonio Decaro e poi al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano (“Devi costruire una Regione educativa”). Ad ascoltarlo, durante l’incontro intitolato “La famiglia educa alla giustizia e alla pace”, tenutosi nel pomeriggio al Redentore, una platea variegata: si passa dai politici ai rappresentanti delle forze dell’ordine, fino agli immigranti del Cara e alla comunità che ogni giorno anima l’oratorio nel cuore del quartiere Libertà. All’evento, a cui seguirà la presentazione del libro di Don Ciotti “La classe dei banchi vuoti” all’interno del pub “Lupi e agnelli”, sono intervenuti anche il questore di Bari Carmine Esposito e il parroco del Redentore don Francesco Preite.

L’incontro al Redentore

Don Luigi Ciotti è l’ultimo degli ospiti a parlare. Racconta di una società complessa, sempre meno attenta ai giovani “di cui si preoccupa, ma non si occupa”, spiega il presidente dell’associazione da anni dedita all’antimafia. I dati, come ricorda lui stesso, sono preoccupanti: oltre 2 milioni e mezzo di giovani che non studiano e non lavorano, nonostante “sia il lavoro a dare dignità”. Non è mancato nel suo discorso un riferimento a Don Bosco, di cui ricorre in questi giorni la festività. “Da Don Bosco – ha confessato – bisogna imparare ad avere più coraggio. Il coraggio di agire quando vediamo il male. Il vero problema non è chi fa del male, ma ne è testimone e non fa nulla”.

Le parole di Emiliano e Decaro

Prima di Don Ciotti hanno raccontato la loro idea di legalità in famiglia anche il sindaco Decaro e il governatore della Puglia Emiliano. “Fin da piccolo è stata la mia famiglia – ha detto il governatore pugliese – a insegnarmi che andare contro le regole può solo portare a conseguenze negative. Pensate che mia madre mi portò dal direttore di un centro commerciale quando avevo tre anni, solo perché avevo preso in mano una gomma da cancellare. Un trauma che mi porto dietro, ma così voleva instillarmi il senso di vergogna derivato dall’agire contro la legalità. Una lezione importante”. Il presidente ha poi spiegato la necessità di agire affinché i bambini appartenenti a famiglie criminali non vedano il comportamento di padri e zii come un esempio da seguire “e magari – ha aggiunto – da replicare a scuola, trasformandosi in piccoli capoclan”. Per il governatore bisogna quindi agire non solo sui piccoli, ma anche sul reinserimento sociale per coloro che hanno scontato una pena in carcere. “In questo anche la misura del Reddito di dignità ci potrà dare una mano”, ha concluso.

Sulla stessa linea d’onda anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha ricordato come il lavoro può aiutare i giovani, così come gli adulti, a stare lontano da un mondo apparentemente attraente come quello della criminalità. “L’abbiamo fatto con il progetto dei cantieri di cittadinanza – ha spiegato il primo cittadino – con cui abbiamo dato lavoro e una speranza a 49 persone su 290. Per quanto sia il 16 per cento, è comunque un primo passo”. Poi un riferimento ad un quartiere difficile, come il Libertà, dove il Redentore da anni si batte per togliere i ragazzi dalla strada e dar loro una seconda possibilità: “A pochi isolati da qui – ha commentato – vive la famiglia criminale che un tempo governava Bari. Questo però è anche il luogo in cui abbiamo premiato tre pubblici ministeri e in cui sorge la Manifattura Tabacchi, che ospiterà un presidio del Cnr con i suoi ricercatori”.

Il questore Esposito: “Senza famiglia non esiste legalità”

“Dobbiamo combattere il mondo della illegalità, così ‘appariscente’, che sembra quasi fornirti delle tutele che lo Stato non ti dà. Per farlo bisogna trovare una strategia definita, mostrare che siamo dalla parte della gente onesta”. È il questore Carmine Esposito a spiegare come le forze dell’ordine stanno agendo per evitare nuove affiliazioni di giovanissimi ai clan. Prima del lavoro della polizia, come confessa, ci deve essere quello della famiglia, che deve dare il primo esempio. “A casa mia – ha ricordato il questore – qualsiasi dono era commisurato all’impegno a scuola. Se io chiedevo a mia madre di comprarmi qualcosa, lei magari diceva: ‘Come è andata l’interrogazione?’. È questo l’esempio che dobbiamo dare”.


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