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Benvenuti al quarto appuntamento con la nuova rubrica di attualità letteraria di Borderline24La rubrica ha lo scopo di riscoprire libri classici e senza tempo, o romanzi ingiustamente trascurati, oppure ancora, nuove uscite particolarmente interessanti, sottolineandone le loro connessioni (più o meno visibili) con le news del giorno.

In America sembra si sia aperta la stagione delle proteste. Dalle proteste contro le forze di polizia, a quelle anti-Trump a quelle femministe, la lotta contro le ingiustizie sociali aumenta di volume negli USA e, di conseguenza ovunque nel mondo. La marcia su Washington, avvenuta il 21 gennaio scorso, in particolare raccoglie un po’ tutte le rimostranze che si sono avvicendate nelle piazze americane e hanno avuto risonanza globale.

La Women’s March, infatti non è stata solo la marcia delle donne, come suggerirebbe il nome, ma anche la marcia delle minoranze afflitte e, paradossalmente, delle minoranze abbienti. Una lotta trasversale quella delle donne scese in piazza che si accoppia agli ideali politici anti-conservatori, anti-imperialisti, anti-populisti, in una parola sola anti-trumpisti.

Dalle donne e uomini comuni, alle star del cinema, dai movimenti LGBTQ, a quelli per la protezione dell’ambiente, fino a quelli razziali e per la libertà di religione, tutti sono scesi nelle varie piazze americane (e mondiali tra cui Roma), non tanto per la difesa dei diritti delle donne, quanto per quella dei diritti umani, fino a formare la protesta con il seguito più imponente della storia degli Stati Uniti d’America.

Siccome, l’arte imita la vita e la vita imita l’arte, questa festa della sorellanza (sisterhood) tra i primi e gli ultimi insieme, era un evento annunciato. Nel lontano 1987, lo scrittore, giornalista e voce dell’élite Newyorkese del tempo, Tom Wolfe, aveva scritto Il Falò delle Vanità, un ritratto delle lotte intestine di classe della Grande Mele, destinato a diventare un fenomeno commerciale, un film acclamato e un monito delle cose future.

Il falò delle vanità

Il best-seller di Wolfe, sensibile ai fatti di attualità dell’epoca, si concentra, con fare critico sulla forbice di classe e mette in discussione i confini dell’aristocrazia borghese americana, minacciata dalle implacabili forze delle proteste di stampo razziale. Di seguito, un estratto del romanzo, in cui il sindaco di New York, un bianco in mezzo ai neri, ironizza allarmato sul finto perbenismo dei nuovi ricchi (Wasp) e sulla futura caduta del loro privilegio di classe.

L’intera sala sembra ondeggiare. Agitano i pugni. Le bocche sono spalancate. Gridano. Se saltassero appena un po’ più in alto, sfonderebbero il soffitto. E andrà in televisione. Tutta la città lo vedrà. Ne saranno felici. Harlem si ribella! Che spettacolo! A ribellarsi non sono gli attaccabrighe, o gli operatori, o gli attori; ma è Harlem! Tutta la New York nera si ribella! Lui è il sindaco soltanto di alcuni cittadini! é il sindaco della New York bianca! Fuoco al bastardo! Gli italiani lo vedranno in tivù, e saranno entusiasti!. Anche gli irlandesi. Persino gli Wasp! Non crederanno a quel che stanno guardando. Se ne staranno seduti nei loro condomini di Park Avenue, della Quinti e della Settantaduesima Strada Est o di Sutton Place, rabbrivideranno per la violenza della scena, ma apprezzeranno lo spettacolo.

Aprite gli occhi […]. Scendete dai vostri condomini di classe, grandi azionisti avvocati delle multinazionali! Qui siamo nel Terzo Mondo! Portoricani, giamaicani, haitiani, dominicani, cubani, colombiani, honduregni, coreani, cinesi, tailandesi, vietnamiti, equadoriani, panamensi, filippini, albanesi, senegalesi e afroamericani! Visitate le frontiere, smidollati signorini!

Mentre l’invito di Wolfe si fa più pressante che mai, le barriere (o i muri) tra una classe e l’altra o una popolazione e l’altra sembrano diventare sempre più alti e moltiplicarsi. Una cosa però rimane certa, più è alto il muro, più sarà grande il tonfo quando alla fine cadrà.

 


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