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Bari, minacce di morte su facebook: Decaro in Tribunale per testimoniare contro l’imputato

Pubblicato da: redazione | Mer, 27 Marzo 2019 - 13:40
foto Decaro tribunale

«Ho avuto sicuramente paura, ma ho imparato in questi anni a evitare di prendere decisioni sulla base della paura ma per il bene della comunità che mi onoro di rappresentare. Per questo ho deciso di denunciare. Credo sia un dovere morale da parte degli amministratori pubblici denunciare nel caso in cui si subiscano minacce». Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha testimoniato oggi nel processo in cui è costituito parte civile nei confronti di un 27enne barese, ritenuto vicino al clan mafioso Parisi di Bari, imputato per minacce aggravate e diffamazione. La vicenda risale al maggio 2016, durante la festa di San Nicola.

Decaro fu minacciato di morte su facebook nell’ambito delle polemiche tra amministrazione comunale e venditori ambulanti abusivi per le ‘fornacellè usate per arrostire la carne all’aperto sul lungomare di Bari. Dopo quei fatti fu disposta anche la scorta per il sindaco. Il 13 maggio 2016, all’indomani della festa patronale di San Nicola, il 27enne scrisse sul profilo pubblico del sindaco frasi del tipo «Decaro è un pezzo di m… bastardo e deve morire», «a morte tutti sti figli di p…», «sono pronto alla guerra», riferendosi all’ordinanza che vietava gli abusivi sul lungomare di Bari. Oggi in aula, nell’ex sezione distaccata di Modugno del Tribunale di Bari, dinanzi al giudice monocratico Anna Perrelli, Decaro, assistito dall’avvocato Michele Laforgia, ha raccontato quella vicenda spiegando che «quando le minacce vengono fatte sui social non sono da meno rispetto alle minacce che vengono fatte di persona. C’è gente che invece pensa di poter scrivere sui social qualunque cosa, qualunque frase diffamatoria o minacciosa come se non fosse una piazza vera. Quindi è giusto che chi scrive su pagine social se ne assuma la responsabilità».

Nel processo, rinviato al prossimo 6 novembre, è costituito parte civile anche il Comune di Bari per il danno all’immagine e anche perché quelle minacce avrebbero «creato, all’indomani della festa patronale, un clima di insicurezza e sfiducia nelle istituzioni».

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