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Il Tribunale di Bari ritiene infondata la questione di incostituzionalità del Dl Covid sulla giustizia sollevata dai difensori di un imputato accusato di omicidio che chiedeva il rinvio del processo per il rischio per la salute derivante dalla partecipazione all’udienza. Lo ha stabilito il gup Paola Angela De Santis, con motivazioni che si conosceranno tra 90 giorni, al termine del processo con rito abbreviato per l’omicidio di mafia di Donato Sifanno, pregiudicato barese ucciso nel quartiere San Paolo a colpi di kalashnikov il 15 febbraio 2014.

Il giudice ha condannato alla pena di 30 anni di reclusione Michele Mincuzzi e alla pena di 16 anni di reclusione il collaboratore di giustizia Umberto Fraddosio. Nel processo è stato giudicato, con condanna a 1 anno e 4 mesi, anche Domenico Micelli, accusato del furto aggravato dell’auto usata per l’agguato. Fraddosio si trova attualmente agli arresti domiciliari con misura cautelare in scadenza, mentre Mincuzzi è libero. Il decreto Covid prevede che non sono rinviabili i processi con detenuti nel caso in cui le misure cautelari abbiano termini di scadenza inferiori a sei mesi, come in questo caso. La difesa di Mincuzzi, però, ha evidenziato la disparità di trattamento tra imputati liberi che si trovino a processo con imputati detenuti, con conseguente «soccombenza del diritto alla salute costituzionalmente garantito». Il procuratore aggiunto Roberto Rossi, che ha rappresentato l’accusa nel processo, ha invece sostenuto, richiamando una sentenza della Corte costituzionale sull’ex Ilva, che «non esistono diritti tiranni, assoluti, ma i diversi diritti vanno contemperati». In questo caso, il diritto alla salute va contemperato con quello delle parti offese ad avere giustizia in un tempo ragionevole.


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