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«Eravamo un gruppo forte, i più forti sulla droga» e anche per questo «c’era sempre un po’ di gelosia sul mestiere, però non si è mai arrivato oltre per rispetto di Savino Parisi». Poi, ad un certo punto, «si sono rotti tutti gli equilibri».

Così Domenico Milella, 39 anni, soprannominato «Mimmo ù gnur», ex braccio destro del boss Eugenio Palermiti di Bari prima che diventasse un collaboratore di giustizia, ha raccontato agli inquirenti della Dda il rapporto tra i due clan del quartiere Japigia. Milella ha deciso di ‘pentirsì lo scorso 4 febbraio e i primi verbali con le sue dichiarazioni sono stati depositati qualche giorno fa in un processo su due gruppi criminali di Altamura storicamente in affari con i clan di Japigia. «Mi sono pentito di tante cose, vorrei avere un’ultima possibilità nella vita – ha spiegato – l’ho fatto per la mia famiglia, mia moglie ci ha messo del suo, io non avevo intenzione, poi piano piano ho capito tante cose, ora sono sicuro al cento per cento, per avere un’altra possibilità, per fare una vita tranquilla, onesta, sincera, senza pensieri e anche per spiegare come sono andate davvero le cose».

Le rivelazioni fatte da Milella agli inquirenti della Dda di Bari riguardano fatti di sangue, traffico di droga e i rapporti tra i diversi clan della città per la spartizione degli affari illeciti. L’ex numero 2 della mafia di Japigia, quartiere alla periferia sud di Bari, ha spiegato soprattutto gli equilibri tra i due gruppi egemoni del rione, i Palermiti di cui lui faceva parte e i Parisi del capo clan Savinuccio, e ha ricostruito la stagione di fuoco che all’inizio del 2017 ha visto un susseguirsi di agguati e omicidi, di uno dei quali Milella si è anche autoaccusato. Agli inquirenti il boss pentito ha confermato che tra i suoi compiti c’era quello di «gestire i ragazzi», perché «io sono un ragazzo più buono di cuore – ha detto – e la gente voleva stare con me».

Dalle indagini sui delitti del 2017, infatti, è emerso che era Milella a coordinare le cosiddette «stese» in stile Gomorra: gruppi armati a bordo di decine di moto che sparavano in piena notte nelle strade del quartiere interi caricatori di mitragliette, in aria o sulle facciate dei palazzi, «al solo fine – spiegavano gli inquirenti ricostruendo il controllo mafioso del quartiere Japigia da parte del clan – di rendere noto a tutti chi comandava nella zona»


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