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Alcune società sportive preferirebbero non tornare in campo, ma i vincoli della federazione non glielo permettono. E’ quanto raccontato ai nostri microfoni da diverse associazioni sportive pugliesi impegnate, in particolare, con i campionati di pallavolo delle categorie C e D.

Curva dei contagi in continua risalita, palestre scolastiche chiuse con impossibilità di fare allenamento, mancata opportunità di scegliere liberamente di potersi ritirare dal campionato, pena la perdita del titolo e lo svincolo degli atleti, ma non solo. Ad aggravare la situazione c’è un sentimento comune di paura che spinge molti atleti a rinunciare alla propria passione con il timore, da parte delle società, che si perdano intere generazioni di futuri pallavolisti. Sono solo alcune delle problematiche sollevate dalle associazioni dilettantistiche sportive pugliesi.

Quello della pallavolo, va specificato, è già un comparto di nicchia che, solo negli ultimi anni, con molta fatica, ha trovato il proprio spazio. Con l’emergenza sanitaria la situazione è tornata, di fatto, ai nastri di partenza, con società che, nonostante gli investimenti per poter ripartire in sicurezza, adesso si ritrovano in “Balia del nulla”.

I fatti sono questi: i campionati, nello specifico di Serie C, inizieranno a metà febbraio, tutto il resto è fermo, se non per la possibilità, per il settore giovanile di poter riprendere gli allenamenti dall’Under13 in su e per la Serie D di ripartire con il campionato (probabilmente) a marzo. L’ombra dell’emergenza sanitaria però non lascia scampo e, oltre alla paura per la salute di atleti, dirigenti e famiglie ci sono anche problemi logistici ed economici che portano, almeno un terzo delle società ad avere perplessità in merito alla possibilità di ripresa. Perplessità che, spiegano alcuni dirigenti “Restano inascoltate”.

“Molti hanno ricominciato, ma almeno una decina di squadre, tra maschile e femminile, sono ferme – ha commentato Manuela Magistro, dirigente dell’Amatori Volley Bari, società storica – “c’è chi non ha un luogo in cui allenarsi, chi per ragioni anche valide, non ha persone disposte a correre il rischio di salute per sé e per i propri cari. Capiamo le difficoltà della federazione, ma se anche solo dieci società hanno dei dubbi, questi non devono passare in secondo piano. Sarebbe meglio prendersi ancora tempo” – ha sottolineato specificando che il posticipo utile per garantire una preparazione fisica idonea agli atleti è già stato un grande passo, ma non è bastato.

Di fatto, le condizioni per ripartire sono precarie e le società vorrebbero sentirsi libere di non partecipare ai campionati senza il rischio di perdere tutto quello che hanno costruito negli anni. Per molti presidenti e dirigenti si tratta, in particolare, di una “Forzatura che se da una parte ha come obiettivo quello di tenere vivo un comparto praticamente fermo da marzo dell’anno scorso, dall’altra mette a rischio la salute di molti”.

Una dimostrazione concreta l’hanno già data le categorie più alte, prima fra tutte la Serie B2 (campionato iniziato questo weekend per il quale sono già previsti alcuni rinvii), poi le Serie B1 e A, con una situazione analoga, ma con una differenza: quella delle risorse economiche e della possibilità di circoscrivere maggiormente i contagi. Si tratta, infatti, di categorie di livello professionale, l’esatto opposto di quelle di Serie B2, C e D, in cui, nonostante la nomina nazionale, militano atleti che molto spesso hanno un primo lavoro o, in altri casi, giovani che frequentano scuole superiori o università. I protocolli delle serie minori inoltre, spiegano con rammarico i vertici delle società “Sono nettamente leggeri rispetto a quelli della Serie A e B1”.

“Chi ci dice che un atleta risultato positivo, tornando in campo, non abbia gravi ripercussioni sul proprio stato di salute? – commenta ancora la Magistro – A tutto questo va aggiunto il fatto che l’aggravio economico, ma anche la responsabilità, va a pesare direttamente sulle società e sui presidenti”.

In particolare, spiegano, le società dovranno farsi carico delle spese dei pullman per le trasferte (anche brevi), per via dell’impossibilità di viaggiare in più di due persone in auto, ma non solo. Tra le spese sono previste anche quelle delle visite mediche qualora gli atleti tornassero in campo dopo aver contratto il visus (circa 250euro) e, infine, anche dei tamponi (almeno ogni 15 giorni) che, sebbene non siano obbligatori, sono necessari, sottolineano “Per una questione di responsabilità per salvaguardare la salute di staff e atlete”.

“Con queste condizioni, non tutti se la sentono di ripartire” – ha sottolineato Magistro. Parole a cui fanno eco quelle di tanti altri, come ad esempio quelle di Francesco Falconetti, presidente dell’ASD Nelly Volley Barletta, per il quale “Sarebbe stato meglio non partire, saltare un anno per tornare in campo più forti l’anno prossimo, magari investendo su risorse per gli allenamenti, soprattutto per i giovani, molti a rischio”. Ma non solo, da Brindisi a Modugno, fino a passare per Bari e Lecce, sono in tanti quelli che preferirebbero aspettare tempi migliori.

“Questi vincoli ci costringono praticamente a ripartire – ha spiegato Gianni Balsamo, dell’ASD Modugno – Alcuni metteranno in campo gli atleti più giovani, con l’aggravante che molti non avranno posti in cui farli allenare, perché in Puglia non ci sono molte strutture se non quelle scolastiche, ora vincolate ai decreti. E’ un cane che si morde la coda, serve fare qualcosa” – ha spiegato. Alle sue parole fanno eco quelle di Ida Taurisano, allenatrice del Brindisi, per la quale “Si è investito su un campionato che non avrà valenza agonistica. Se dovremo scendere in campo lo faremo, ma non sappiamo esattamente a cosa stiamo andando incontro, se non alla certezza dei rischi per la salute e che molte delle partite rimandate non potranno essere recuperate da chi non ha gli spazi”.

“Vorremmo poterci sentire liberi di scegliere e magari che venga riconsiderata la possibilità di posticipare ulteriormente l’inizio dei campionati – ha concluso Magistro – Non vediamo l’ora di tornare in palestra, vogliamo tutti tornare a vivere il bello di questo sport, non però con la paura di dover mettere a rischio la salute e di poter perdere tutto quello che in molti hanno costruito con grandi sacrifici”.

(Foto Pixabay)


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