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“Abbiamo un numero di chiamate spropositato, non riusciamo più a coprire le emergenze”. E’ il grido d’allarme lanciato da Giada e Domenico, lei infermiera, lui autista soccorritore, entrambi operatori del 118 sul territorio barese, impegnati ad affrontare in prima linea quella che, a loro parere, non è più soltanto un’emergenza Covid. Dalle linee intasate a causa delle troppe chiamate, alla mancanza di possibilità di coprire le emergenze reali per via delle lunghe attese fuori dagli ospedali. Sono solo alcune delle problematiche sottolineate. Ma andiamo a ritroso.

E’ marzo 2020, la Puglia, così come tutto il paese, entra per la prima volta in lockdown. La regione ha bisogno di schierare in campo tutte le risorse possibili per far fronte ad un’emergenza su cui, indubbiamente, un anno fa, si era impreparati. Oggi da quei primi timidi passi compiuti, è passato un anno, ma la situazione, sottolineano Giada e Domenico “rimane invariata”. Il 118, spiegano, “come allora riceve ogni giorno un numero spropositato di chiamate, tanto che non solo non riusciamo a coprire tutti i territori, ma spesso non riusciamo neanche a comunicare con la centrale per chiedere aiuto ”. Il problema, secondo i due, va attribuito alla scarsa assistenza sul territorio, da parte delle altre figure, come ad esempio medici curanti (che non possono effettuare visite a casa e, inoltre, non sono stati dotati dei dispositivi di protezione) e le Usca, con risorse attualmente limitate. Così, tutte le chiamate, vengono dirottate al 118.

“Siamo gli unici che realmente operano – dichiarano ancora – il problema però è che la grande maggioranza delle chiamate finiscono con il trasporto in ospedale, dove ci sono criticità perché i posti sono limitati. Le attese dei pazienti in ambulanza durano, se si è fortunati, due ore, altrimenti anche 12. Questo fino a quando non si liberano i posti in ospedale. Le conseguenze sono disastrose. Se un’ambulanza è ferma, tutto il territorio resta scoperto. Intanto, mentre noi siamo bloccati le chiamate si accumulano, spesso restano scoperte le emergenze gravi come incidenti stradali o arresti cardiaci” – sottolinea Domenico specificando che proprio martedì scorso una situazione di questo genere ha visto arrivare tardi un’ambulanza sul luogo di un grave incidente stradale. “Il mezzo – sottolineano – era fermo con paziente Covid che saturava a 93, dunque non in situazione grave. La situazione è la stessa in tutta la regione”.

“Le ambulanze non sono mai ferme – proseguono – non siamo in lockdown come l’anno scorso, questo fa la differenza. Le persone chiamano ormai per ogni tipologia di problema, che sia solo ansia o problema più grave. Nessuno spiega loro che dovrebbero fare un uso più razionalizzato del servizio, nessuno, inoltre, ha soluzioni per cambiare la situazione. Perdiamo ore, minuti preziosi che per noi sono fondamentali per salvare vite”. In particolare, specificano, su 10 chiamate di pazienti positivi, solo 2 sono da mandare in ospedale. Quelle 8 chiamate, meno urgenti, servono spesso solo per monitorare la situazione e per farlo, tra pratiche come indossare la tuta, percorrere il tratto, attendere e poi, se non si procede con il trasporto in ospedale, sanificare il mezzo, anche per una chiamata non urgente, passano almeno due ore.

“In quel lasso di tempo – sottolineano con non poco rammarico – si accumulano almeno 100 chiamate di cui 20, la maggior parte delle volte, sono serie. Siamo costretti a lasciare indietro alcuni cittadini, quando la soluzione potrebbe essere semplice, basterebbe che almeno per il monitoraggio intervenissero altre figure specializzate, come il medico curante. Così non ce la facciamo. I nostri turni ormai sono senza sosta, non si mangia più decentemente, ma al volo tra una vestizione e un’altra, la pipì anche se non devi farla la fai, perché non sai quando potrai fermarti” – raccontano ripercorrendo con la mente e con la voce stanca i loro turni.

“Una volta, ho iniziato alle 8 di mattina e sono tornato all’una e quaranta di notte perché non potevamo sbarellare il paziente, nessun ospedale aveva posto. Non possiamo abbandonarli, questa ondata è anche più critica, ci sono giovanissimi in crisi respiratorie. Cosa ancora più preoccupante, ci sono fuori tantissime altre emergenze sulle quali molte volte non si fa in tempo ad intervenire.  Il problema non siamo noi, neanche il pronto soccorso. Il problema è a monte. Tutti abbiamo fatto sforzi, dai più piccoli ai più grandi stiamo tutti facendo sacrifici enormi, potevamo accettare una situazione così nella prima ondata, forse anche a giugno, ma non dopo un anno di pandemia. Siamo ancora impreparati”. Ad aggravare la situazione ci sono però anche altri fattori, tra questi il fatto che i cittadini molto spesso sono “giustamente” arrabbiati, tanto da compiere minacce nei confronti degli operatori, ma anche le condizioni di questi ultimi che, non negano di essere spesso stremati ed esausti. Tra loro anche i volontari soccorritori, che, al contrario degli altri, non sono inquadrati dal punto di vista professionale (ma operano ogni giorno al l fianco degli altri) e gli autisti soccorritori, come Domenico, che a volte sono costretti a guidare ad altissime velocità nonostante turni che spesso durano anche oltre le 16 ore.

“Le criticità sono tante, non c’è una scrematura delle chiamate, interveniamo su tutto. Non possiamo dire no, dobbiamo fare affidamento sul buon senso e quello manca – sottolineano ancora – Senza contare che da quando è nato il 118 i mezzi sono più o meno gli stessi, ma i cittadini sono aumentati. Noi non siamo degli automi, la nostra impotenza pesa, soffriamo moltissimo. Sappiamo che spesso alcune persone entrano nelle nostre ambulanze consapevoli del fatto che non torneranno più tra le braccia dei propri cari. La gente è sola. L’Italia è uno dei paesi al mondo con il miglior sistema sanitario nazionale, che da veramente diritto a tutti quanti di curarsi, ma c’è qualcosa che non va. Il Covid è tornato, è più aggressivo, ma le risorse sono ancora ferme a un anno fa, noi siamo sfiniti – concludono.


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