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Una regione in cui l’occupazione è fortemente caratterizzata da precariato e povertà salariale. E dove donne e giovani sono le figure più svantaggiate. È quanto emerge dalla lettura dei dati relativi alla Puglia elaborati dalla Direzione Studi e Ricerche – Applicazione di Data Science di Anpal Servizi, utilizzati dalla Cgil per restituire la condizione del lavoro oltre un approccio meramente quantitativo.
Una Puglia dove l’occupazione interessa settori a basso valore aggiunto, dove i profili lavorativi richiesti sono prevalentemente non qualificati e a basso o medio contenuto di istruzione, dove le forme precarie a termine sono diventate il quasi esclusivo tipo di contratto applicato ai neo assunti. Infatti del milione e passa di rapporti di lavoro attivati nel 2021, oltre l’82% è a tempo determinato a cui si somma un 10% di altre forme ultra flessibili, come apprendistato o collaborazione. Con un turn over spaventoso che vede nell’anno di riferimento anche le cessazioni superare il numero di un milione. Con un saldo attivo di 49.423 unità dovuto al rimbalzo prodotto dalla crescita successiva all’anno della crisi pandemica. Inoltre la durata media dei rapporti di lavoro cessati nel 2021 è stata per il 60% dei casi inferiore ai tre mesi e addirittura inferiore ai 30 giorni per il 33%. Quanto ai settori, quasi il 40% dei rapporti attivati è relativo all’agricoltura, il 13% ad alberghi e ristoranti, attività prettamente stagionali, caratterizzate da bassi salari e una spiccata propensione – lo dicono i dati degli organismi di vigilanza – a forme di violazione contrattuale relative e salari, orari, diritti. Solo il 7% delle assunzioni riguarda l’industria, e l’attivazione di rapporti con high skill riguarda il 10% degli assunti, a fronte di una media nazionale del 25,4, a testimoniare la scarsa propensione all’innovazione di prodotto e di produzione del nostro sistema di imprese.
Passando a un’analisi generazionale, in Puglia hanno più opportunità a trovare un lavoro gli over che non gli under 35, questi ultimi interessati da attivazioni di rapporti nella misura del 38% del totale, a fronte di un dato nazionale del 42%. Va peggio per le donne, interessate solo dal 39,2% delle assunzioni totali nell’anno 2021, dato che si abbassa al 36% per le under 35, e per le quali prevalgono profili professionali non qualificati nei soliti settori: oltre un terzo del totale in agricoltura, quindi ristorazione, commercio, servizi di pulizia. Di conseguenza penalizzate anche nella selezione di profili ad alto contenuto di conoscenza: i rapporti high skill attivati per i maschi (appena 10.900) sono comunque doppi rispetto a quelli delle femmine. E high skill in Puglia si traduce soprattutto in qualifiche legate alle professioni scolastiche: professori di ogni ordine e grado, altri specialisti dell’educazione e formazione, in minima parte tecnici della salute. Così l’industria ne assorbe appena il 2,7%. Non sorprende in questo scenario che i dipendenti con bassa paga in Puglia siano il 14,5% del totale (dato che sale al 22,5% per le donne) con il paradosso che si può essere poveri anche lavorando: il 22,9% (oltre 81mila persone) degli individui poveri in Puglia è occupato.
Gli occupati a termine da oltre 5 anni sono oltre il 25%, al punto da trasformare la condizione di precarietà come permanente; gli occupati sovraistruiti rispetto alle mansioni svolte sono il 14,2 (con una differenza importante tra maschi, 9,3%, e femmine, 22,9%). Una condizione complessiva che spinge alla sfiducia, testimoniata dalla mancata partecipazione al lavoro che supera di poco il 30% (37,5% per le donne) e dal numero di Neet che sono il 30,6%.

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