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Bari, incendiano bar perché ha fatto pagare caffè al figlio del boss

Le rivelazioni negli atti di inchiesta "Codice Interno"

Pubblicato da: redazione | Ven, 1 Marzo 2024 - 12:30
polizia

Sarebbe stato incendiato per vendetta un bar a Japigia poco dopo la sua inaugurazione, per un caffè che il titolare aveva fatto pagare al figlio del boss. Lo rivelano gli atti dell’inchiesta “Codice interno” che nei giorni scorsi ha portato a decine di arresti e a scrivere nel registro degli indagati 135 persone. L’incendio sarebbe avvenuto nel 2018 e dell’episodio sono accusati  Giovanni Palermiti (figlio del capoclan di Japigia, Eugenio) ritenuto il mandante, e Francesco Vessio, presunto esecutore materiale. A rivelare quanto accaduto tre collaboratori di giustizia. “Disse in dialetto barese – ha ricordato il collaboratore –  “Hai sentito il fatto del viale, del bar?”, “E mi fece il gesto con l’occhiolino e mi fece capire che era stato lui, disse: “Ho mandato a Francesco, a ‘U’ Sburr’ ad incendiarlo perché quello è un c….!”, “E per che cosa?”. Disse: “Perché mi ha fatto pagare il caffè”.

Le indagini  hanno anche rivelato gli affari del clan mafioso Parisi nel settore del commercio del caffè, portato avanti costringendo bar e attività commerciali a vendere esclusivamente il prodotto della malavita, spesso dopo averlo acquistato a nero.  “Quello del caffè – si legge negli atti della Dda di Bari – si è dimostrato un settore idoneo ad attrarre gli investimenti del clan. Il prodotto finito, in particolare, permette, fornendolo ad un prezzo maggiorato, interessanti ricavi con bassi investimenti, motivo per il quale il settore è diventato di considerevole interesse per le organizzazioni criminali”.

Investendo il denaro sporco, infatti, il clan sarebbe riuscito a ricavare circa 10 euro per ogni chilo di caffè venduto. “Le diverse realtà commerciali, pur pagando un prodotto di scarsa qualità a prezzi maggiorati rispetto al valore di mercato ottengono, in cambio, la protezione mafiosa delle attività e guadagni ampliati e sottratti all’imposizione fiscale”.

 Quella del clan, rileva ancora il pm, è “una tecnica imprenditoriale caratterizzata da impliciti metodi estorsivi ed impositivi, che si pone nei confronti degli imprenditori come vicina alle attività commerciali, favorendone i profitti, e in grado di essere preferita alla legalità dello Stato”.

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