Diciamo spesso che ci piace ascoltare canzoni tristi. È una scorciatoia comoda, ma imprecisa. Perché molte di quelle canzoni, in realtà, non parlano di dolore. Parlano di noi. Di quello che proviamo quando non sappiamo bene come spiegarlo, di emozioni, di fragilità che non trova forse spazio nelle conversazioni quotidiane.
In un’epoca che ci chiede di essere sempre centrati, positivi, la musica diventa uno dei pochi luoghi in cui è ancora concesso essere confusi.
Il successo di Ultimo si inserisce esattamente qui. Niccolò Moriconi non ha mai costruito la sua musica sull’idea di essere un vincente. Al contrario, ha fatto della vulnerabilità il suo linguaggio principale.
Brani come “Pianeti”, “I tuoi particolari”, “Il ballo delle incertezze” o “Rondini al guinzaglio” non cercano l’effetto drammatico. Sono scritti con una semplicità quasi disarmante, che permette a chi ascolta di entrarci dentro senza filtri. Non ti spiegano cosa provare, ti accompagnano mentre lo stai già provando.
Le sue parole sembrano spesso pensieri non rifiniti, detti così come vengono, ed è proprio questa imperfezione a renderle credibili. Il fenomeno Ultimo è quindi meno musicale e più emotivo. Le sue canzoni diventano luoghi di riconoscimento, spazi sicuri in cui sentirsi meno sbagliati. E quando migliaia di persone le cantano insieme, le emozioni considerate intime diventano collettive.
Forse è per questo che continuiamo a tornare a queste canzoni. Non perché ci facciano stare peggio, ma perché ci fanno sentire meno soli. Perché danno un nome a sensazioni confuse.
Le canzoni di artisti come Ultimo forse non aggiustano le cose, ma le tengono ferme il tempo necessario per guardarle in faccia. In un tempo che chiede risposte immediate e felicità esibita, fermarsi su un’emozione irrisolta è quasi un atto controcorrente.