C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo: più raccontiamo la nostra vita, meno sembriamo viverla davvero. I social nascono come strumenti di connessione, ma spesso finiscono per diventare spazi di compensazione. Più pubblichiamo, più qualcosa chiede attenzione.
Cosa stiamo cercando davvero?
Pubblicare contenuti è diventato un modo per certificare la propria presenza. Se non viene visto, se non viene confermato, l’esperienza sembra incompleta. Dal punto di vista psicologico, questo comportamento coincide spesso con un bisogno di riconoscimento: essere visti, ricordati, validati.
Le esperienze e le emozioni diventano brevi, funzionali, performative. Non servono a sentirle, ma a mostrarle.
Dietro la necessità costante di pubblicare c’è spesso un bisogno di controllo. I social permettono di scegliere cosa mostrare, quando, e in che modo. È una forma di protezione: meglio essere visti per quello che decidiamo, che per quello che siamo davvero. Nella vita reale, invece, non c’è montaggio. E questo fa paura.
Più si investe energia nella presenza online, più si rischia di impoverire quella offline. Le relazioni diventano intermittenti, l’attenzione assente, l’ascolto superficiale.
Sempre in attesa di un segnale. Di una notifica. Di una conferma.
C’è poi un aspetto meno raccontato, ma sempre più evidente: oggi questa necessità di mostrarsi non riguarda solo i ragazzi. Sempre più spesso sono gli adulti a sentire l’urgenza di apparire costantemente attivi, produttivi, felici. Agende piene, giornate intense, sorrisi ben posizionati. Una finta realtà che serve più a rassicurare sé stessi che gli altri.
I social diventano così uno spazio di auto-legittimazione: dimostrare di essere ancora rilevanti, desiderabili, “sul pezzo”. In una fase della vita in cui le certezze vacillano e i ruoli cambiano, mostrarsi indaffarati diventa un modo per non fermarsi a guardare ciò che manca.
Il paradosso è tutto qui: chi ha costruito la propria identità fuori dai social oggi sente più forte il bisogno di raccontarla, mentre chi è nato dentro questo ecosistema sembra meno interessato. Come se l’esposizione continua fosse diventata una risposta adulta alla paura di fermarsi, più che un gioco generazionale.