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Bere un’epoca: quando i cocktail diventano colonna sonora di un tempo

Non è solo questione di gusto. È questione di atmosfera.

Pubblicato da: Ylenia Bisceglie | Ven, 20 Febbraio 2026 - 11:25
rubrica bl24 (14)

Non è solo questione di gusto. È questione di atmosfera. Un cocktail bevuto nel silenzio è una cosa; lo stesso cocktail con la musica giusta diventa un’esperienza.

I grandi cocktail non sono nati nel vuoto. Sono figli di epoche precise, di città vibranti, di club fumosi e hotel eleganti dove la musica non era semplice intrattenimento, ma identità culturale.

Prendiamo il Martini. Nato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento negli Stati Uniti, diventa icona assoluta negli anni ’50, quando i grandi hotel bar di New York e Chicago erano il regno del jazz sofisticato. Funziona con le trombe vellutate di Miles Davis e le atmosfere sospese di Kind of Blue: pochi elementi, equilibrio, niente eccessi.

Se il Martini parla newyorkese, il Negroni ha un accento fiorentino. Nato nel 1919 al Caffè Casoni di Firenze, quando il conte Camillo Negroni chiese di rinforzare l’Americano con il gin. Lo si immagina in un salotto torinese con le luci basse, mentre una voce racconta storie di città e notti lunghe. Qui il richiamo è al jazz italiano e al cantautorato di Paolo Conte: atmosfere urbane, un filo di malinconia, un’eleganza che non ha bisogno di alzare il volume.

Con il Mojito cambiamo scena. All’Avana del Novecento, tra locali storici come La Bodeguita del Medio, la musica era parte del drink. Il son cubano, le percussioni, le voci che si intrecciano, viene naturale pensare ai Buena Vista Social Club.

Il Margarita, invece, profuma di confine e di sole. Probabilmente nato tra Messico e California tra gli anni ’30 e ’40, diventa fenomeno globale nel momento in cui la cultura latina conquista le classifiche internazionali. È il cocktail delle vacanze, delle terrazze affacciate sull’oceano, dei bicchieri con il bordo salato e la musica che invita a muoversi. Sono gli anni ’90 del pop latino di Gloria Estefan o l’energia travolgente di Ricky Martin.

E poi c’è un abbinamento tutto italiano: lo Spritz. L’Spritz nasce nel Nord-Est nell’Ottocento, ma diventa simbolo dell’aperitivo moderno tra gli anni ’60 e ’80, quando le piazze si riempiono al tramonto. Qui la colonna sonora non può che essere la musica leggera italiana. Proprio come la voce inconfondibile di Raffaella Carrà: ritmo, immediatezza, voglia di stare insieme. Lo Spritz, come certe hit italiane, non pretende profondità esistenziale. Vuole essere condiviso.

Cocktail e musica hanno da sempre condiviso lo stesso palcoscenico. Cambiano i decenni, cambiano i generi, ma resta lo stesso rituale: un bicchiere in mano, una canzone che parte, e la sensazione precisa di essere nel posto giusto al momento giusto.

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