C’è stato un momento preciso in cui molti hanno capito che Achille Lauro non era semplicemente un cantante. Era qualcosa di diverso. Succedeva al Festival di Sanremo, quando con “Me ne frego” scese le scale avvolto in un mantello nero, trasformando il palco in una performance teatrale tra glam rock e arte contemporanea. Non era solo una canzone: era un manifesto.
Eppure il punto di partenza di Lauro De Marinis è lontanissimo da quell’immaginario quasi barocco. Cresce tra Roma Nord e la periferia, e arriva alla musica molto presto. All’inizio il suo è rap crudo, diretto, parla di strada, identità.
Ma nel 2019 arriva a Sanremo con “Rolls Royce”. Il brano è costruito come un collage di riferimenti: dentro ci sono il rock anni ’70, il glam, la cultura punk e citazioni. Non è il classico pezzo pop sanremese: è una provocazione elegante. Da quel momento Lauro sembra divertirsi a cambiare identità a ogni progetto. Abbandona il rap per abbracciare un rock romantico e decadente, pieno di melodie cinematografiche. Lì dentro c’è anche “C’est la vie”, una delle sue ballate più iconiche: una canzone che sembra uscita da un film italiano anni Sessanta.
C’è poi un momento particolare nella sua carriera che racconta una sua dimensione più intima: “Amore disperato”. Il brano è costruito come una memoria frammentata di una relazione vissuta ai margini di Roma, fatta di notti lunghe, di libertà un po’ adolescenziale e di sentimenti che oscillano continuamente tra amore e conflitto. Un brano lontano dalla teatralità glam di molte sue performance. E forse proprio per questo funziona: perché mostra un Achille Lauro più fragile, meno spettacolare, ma forse ancora più sincero.
Lauro non canta soltanto: interpreta. Ogni gesto è pensato come una scena. I costumi, spesso disegnati per lui da stilisti e costumisti teatrali, diventano parte del racconto musicale. Il risultato è un artista che sta a metà tra pop star, performer e figura quasi cinematografica.
Non cerca di essere coerente. Cerca di essere libero. Nel panorama musicale italiano, dove spesso gli artisti trovano una formula e la ripetono all’infinito, lui fa esattamente l’opposto: cambia.
E forse ci piace perché è imprevedibile. Perché riesce a essere spettacolare senza perdere una certa fragilità emotiva.
Non sappiamo mai se nel prossimo progetto sarà rock, pop orchestrale, rap o qualcos’altro. Non sappiamo se salirà sul palco in smoking, in costume teatrale o con un look completamente inatteso. Sappiamo solo una cosa: non smette mai di sorprenderci.