Ogni giorno, tra i banchi del mercato del pesce o nelle case del quartiere Libertà, capita ancora di sentire due baresi salutarsi con un “Cià, tutte bbune?” prima di passare, quasi senza accorgersene, all’italiano per il resto della conversazione. È un’immagine che racconta bene lo stato attuale del dialetto barese: sopravvive nei contesti informali, nei rapporti tra conoscenti di lunga data, nelle battute lanciate al bar, ma perde terreno ogni volta che si entra in un’aula scolastica, si scrive un messaggio o si parla con un ragazzo nato dopo il Duemila.
Il fenomeno non è isolato. Riguarda gran parte dei dialetti italiani, schiacciati dalla progressiva omologazione linguistica portata avanti da scuola, televisione e più di recente dai social network, dove l’italiano standard resta la lingua dominante anche tra chi in casa cresce ascoltando espressioni dialettali. A Bari, però, la questione assume un peso particolare per la storia stessa della città: porto naturale verso il Mediterraneo orientale e i Balcani, crocevia di scambi commerciali e culturali che nei secoli hanno lasciato tracce profonde proprio nella lingua parlata, tra prestiti, contaminazioni e un lessico che porta ancora i segni di quei contatti.
Chi si muove anche solo di pochi chilometri fuori dal capoluogo si accorge presto che parlare di “dialetto barese” in senso stretto è una semplificazione. Il modo di parlare cambia sensibilmente già a Bitonto, Terlizzi o a Molfetta, con inflessioni, cadenze e vocaboli che un orecchio allenato riconosce senza difficoltà. Scendendo verso Sud, tra Mola, Polignano o Monopoli, il dialetto assume caratteristiche che lo avvicinano progressivamente alle varianti più meridionali della regione, mentre risalendo verso nord, in direzione della Bat, emergono cadenze diverse ancora. Sono differenze che raccontano la storia di una provincia mai del tutto omogenea, fatta di centri che per secoli hanno mantenuto economie, tradizioni e persino rapporti con l’esterno differenti tra loro, nonostante la vicinanza geografica. Per chi cresce in questi paesi, il barese “di città” resta un punto di riferimento, complice il peso culturale ed economico del capoluogo, ma non per questo viene percepito come lingua propria: è più un termine di paragone che un modello da imitare.
Non esistono a Bari vere e proprie scuole di lingua con corsi fissi e lezioni giornaliere dedicate al dialetto. Chi vuole avvicinarsi al barese lo fa piuttosto attraverso canali più informali: laboratori teatrali locali, corsi amatoriali organizzati saltuariamente da attori comici della scena cittadina, come quelli proposti in passato da Nico Salatino, o libri pensati apposta per chi vuole impararlo da autodidatta. A questi si affiancano spettacoli teatrali che scelgono il barese come lingua scenica e pagine social che raccolgono modi di dire ed espressioni tipiche trasformandole in contenuti virali: segnali di un interesse che non si è mai del tutto spento, anche se resta più legato alla nostalgia e all’identità che a un uso realmente quotidiano. Non è raro che proprio i più giovani, pur non parlandolo fluentemente, si appassionino a queste iniziative, quasi cercando in quella lingua un legame con la città dei nonni.
Resta aperta la domanda su cosa significhi davvero perdere un dialetto: non solo un patrimonio linguistico, ma un modo specifico di guardare le cose, di scherzare, di raccontare la quotidianità, che nessuna traduzione in italiano riesce a restituire fino in fondo. Per una provincia che al proprio interno custodisce già tante piccole differenze, capire come custodire questo patrimonio, senza ridurlo a semplice folklore, è una sfida che riguarda il presente tanto quanto il futuro.