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Peste e rischio biologico, l’Izs Puglia e Basilicata in prima linea contro le minacce alla salute pubblica

L'intervento di Antonio Fasanella, dg dell'istituto zooprofilattico sperimentale di Puglia e Basilicata

Pubblicato da: redazione | Mar, 13 Ottobre 2026 - 09:46
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“A proposito del sospetto caso di peste, al momento è fondamentale distinguere ciò che è stato verificato da ciò che è stato semplicemente riportato. Per comprendere quanto accaduto in Siberia servirebbero una conferma microbiologica dell’agente, informazioni epidemiologiche sul caso, sulle eventuali persone esposte e la caratterizzazione genomica del microrganismo. In assenza di questi dati, qualsiasi conclusione sarebbe prematura. Ma c’è un altro aspetto da considerare: quando ci si trova di fronte a un patogeno ad alto rischio come Yersinia Pestis, la tempestività e la chiarezza dei dati internazionali sono la nostra prima linea di difesa. Per questo la biosicurezza non riguarda soltanto i laboratori, ma anche la capacità delle istituzioni di comunicare in modo tempestivo, trasparente e coordinato. La trasparenza non è una concessione politica o diplomatica, ma un requisito fondamentale di salute pubblica”.

Così Antonio Fasanella, Direttore Generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Puglia e Basilicata (IZSPB), in rappresentanza della Rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, e Domenico Galante, Responsabile del Centro di Referenza Nazionale per l’Antrace presso l’IZSPB, commentano le notizie relative a un sospetto caso di peste polmonare segnalato nella regione russa di Irkutsk.

“Un evento naturale, un incidente di laboratorio e un rilascio intenzionale – proseguono Fasanella e Galante – possono presentare inizialmente elementi sovrapponibili e la loro distinzione richiede l’integrazione di dati microbiologici, epidemiologici e genomici. La parola bioterrorismo, comparsa subito nel dibattito pubblico, richiede grande cautela quindi. La peste è una zoonosi che coinvolge principalmente popolazioni di roditori selvatici e i loro vettori, in particolare le pulci. Attualmente, il rischio nel nostro Paese è estremamente basso, ma la sorveglianza veterinaria e la capacità diagnostica della Rete IZS consentono di intercettare eventuali segnali di circolazione dell’agente negli animali prima che possano tradursi in un problema di sanità pubblica. La vera sfida è riconoscere precocemente la malattia, proprio perché l’assenza della peste nel nostro Paese potrebbe ritardare il sospetto clinico”.

“Come Centro di Referenza Nazionale per l’Antrace, sappiamo quanto sia importante disporre di competenze e infrastrutture già operative prima che si verifichi un’emergenza. Ma le moderne tecnologie diagnostiche non servono soltanto ad affrontare minacce attuali: possono anche aiutarci a ricostruire la storia delle grandi epidemie. È quanto accaduto a Barletta, dove la pestilenza del 1656-1657 provocò una drammatica riduzione della popolazione. Nel 2011, i ricercatori del nostro Istituto analizzarono i resti umani rinvenuti nei sotterranei della Chiesa di Sant’Andrea, utilizzata all’epoca come sepolcreto. Attraverso l’analisi del DNA estratto dai denti di cinque bambini, identificarono materiale genetico riconducibile a Yersinia pestis, confermando così l’origine dell’epidemia che aveva colpito la città oltre tre secoli prima. Quanto alla capacità di risposta alle emergenze, lo abbiamo dimostrato nel 2001, quando, a poche settimane dagli attentati alle Torri Gemelle, il rilascio deliberato di spore di antrace negli Stati Uniti fece conoscere all’opinione pubblica il rischio del bioterrorismo, scatenando un’ondata di allarme a livello internazionale. Di fronte a quella minaccia, ogni Paese dovette individuare esperti del settore e strutture specializzate: in Italia il riferimento fu il nostro Istituto. In quell’occasione, la Rete IZS dimostrò la propria capacità di risposta, garantendo la messa in sicurezza dei campioni sospetti e il loro rapido invio al nostro Centro per le analisi. Un esempio più recente risale al marzo 2024, quando nella stazione ferroviaria di Trani fu rinvenuta una valigetta contenente flaconi di liquido, cavi e un telefono, accompagnata da messaggi che annunciavano la presenza di un presunto ‘ordigno biologico’. Anche in quel caso fu chiamato a intervenire il nostro Istituto, incaricato di verificare l’eventuale presenza di antrace e di altri patogeni potenzialmente utilizzabili a fini bioterroristici. Le analisi diedero esito negativo, ma l’episodio dimostrò concretamente l’importanza di poter contare su competenze diagnostiche specialistiche, capaci di fornire risposte rapide e affidabili anche in situazioni di allarme. La vera sicurezza nasce proprio dalla capacità di una rete di funzionare bene prima ancora che si verifichi l’emergenza”, concludono.

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