L’intervento pro “Sì” al referendum del 17 aprile di Sandro Marano, avvocato e scrittore, presidente provinciale di Fare Verde

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E’ vero, il quesito referendario del 17 aprile per cui siamo chiamati ad esprimere la nostra opinione – l’unico salvato dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione fra gli iniziali quesiti proposti dalle Regioni – è forse quello meno decisivo. Ma dobbiamo fare di necessità virtù e recarci a votare. Il suo significato giuridico è forse meno importante del suo significato politico. Si tratta infatti di decidere se stabilire o no una durata alle concessioni date alle compagnie petrolifere limitatamente alle piattaforme in mare installate entro le dodici miglia dalla costa. Sono circa una ventina con non più di un centinaio di addetti. I numeri altalenanti sulla perdita dei posti di lavoro forniti dal Governo, non si sa bene come sono calcolati e sono palesemente fasulli! Quel che è certo è che attualmente la cosiddetta legge “sblocca Italia” varata dal Governo Renzi consente alle compagnie di sottrarsi a qualunque potere di controllo da parte del potere politico (e dei cittadini) in quanto le concessioni non hanno un termine di durata. E ciò in violazione dei principi generali del diritto che stabiliscono che ogni concessione abbia un termine. Ne consegue che le compagnie potrebbero sospendere per un po’ di tempo l’estrazione del petrolio o del gas se i prezzi di mercato calano e riprenderla quando gli stessi crescono, infischiandosene comunque di eventuali controlli. Il significato politico della consultazione referendaria è invece di grande rilievo. La posta in gioco è quale società vogliamo, quale modello economico perseguiamo:  da un lato un vecchio modello di sviluppo economico fondato sulla crescita indiscriminata e sui combustibili fossili, dall’altro un nuovo modello di economia che si basa sull’efficienza tecnologica e sulle fonti alternative, rispettosa dell’ambiente. I petrolieri che trivellano qua e là il nostro territorio non si curano degli effetti a lungo termine delle loro azioni, si credono in diritto di deturpare l’ambiente e inquinare il mare. Per questi individui una piattaforma per le trivellazioni cessa di esistere appena vi è stato estratto il petrolio o il gas. Se ne fregano del turismo e delle economie locali. Ma il profitto a breve termine è un danno a lungo termine. A questi buoni motivi per andare a votare e votare SI’ se ne aggiunge un altro: bisogna fermare l’arroganza del Governo e delle Compagnie petrolifere. Il governo Renzi ha voluto caparbiamente spendere 300 milioni di euro (alla faccia dello spreco!) piuttosto che unire il referendum al turno di elezioni amministrative dei primi di giugno, cercando in tal modo di impedire il raggiungimento del quorum e sperando di accaparrarsi una facile vittoria. A distanza di poco meno di tre settimane dal voto si sta, poco alla volta, sgretolando il muro del silenzio alzato finora dai media nazionali, ma la gente nella stragrande maggioranza non sa ancora perché si vota. Come dice Wendell Berry, il grande poeta contadino americano del Kentucky, “la devastazione non è necessaria e non è inevitabile, a meno che la nostra remissività non la renda possibile”.

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