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Bari, “Per 20 mila euro di m…. la malavita non uccide gente per bene”: il pentito Caldarulo testimonia al processo per l’assassinio di Sciannimanico

Pubblicato da: redazione | Mar, 7 Novembre 2017 - 18:00
sciannimanico-beppe

“Aveva ucciso un ragazzo buono senza motivazione per 20 mila euro di merda”. E’ quanto ha dichiarato Luigi Caldarulo, collaboratore di giustizia e testimone nel processo sull’omicidio di Giuseppe Sciannimanico, l’agente immobiliare ucciso a Bari il 26 ottobre 2015. A essere accusato dell’uccisione del giovane è Roberto Perilli, ex collega della vittima, accusato di omicidio volontario premeditato in qualità di mandante. Il processo è in corso dinanzi alla Corte di Assise di Bari. Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dal pm Francesco Bretone, hanno accertato che a commettere materialmente il delitto sarebbe stato Luigi Di Gioia, già condannato con rito abbreviato a 30 anni di reclusione.

Caldarulo, collegato in videoconferenza, ha spiegato ai giudici di essere venuto a conoscenza dei particolari dell’omicidio dal fratello del presunto killer, il pregiudicato Nicola Di Gioia. Stando al suo racconto, Perilli avrebbe commissionato il delitto promettendo a Di Gioia un compenso di 20 mila euro, in quanto «si sentiva minacciato dalla potenza che aveva avuto questo ragazzo nell’ambito di Tecnocasa e pensava di perdere tutto perché questo ragazzo aveva i valori per ingrandirsi» e «aveva paura di perdere tutta la clientela». Di Gioia, ha spiegato ancora Caldarulo, avrebbe ricevuto in cambio 2mila euro come anticipo, più 900 euro per acquistare la pistola usata per uccidere Sciannimanico, mentre gli atri 18mila euro li avrebbe avuti ad omicidio commesso ma in effetti non li ha mai incassati perché i due (lui e Perilli) furono arrestati.

Quel delitto, della cui dinamica secondo il pentito erano venuti poi a conoscenza anche i boss del quartiere Japigia, non aveva trovato l’approvazione della «malavita», perché «per 20 mila euro noi non uccidiamo la gente per bene in questa maniera. Noi sappiamo bene da scuola di strada – ha spiegato il pentito – che se tocchi una persona di quel calibro, nel senso di una persona brava, tranquilla, che porta frutti alla società, ti devono prendere. Al massimo si poteva andare a chiedere il pizzo, ma arrivare ad ucciderla non è della nostra indole».

Il processo, nel quale sono costituiti parti civili i familiari e la fidanzata della vittima, proseguirà il 20 novembre. In quella udienza la Corte deciderà se citare come testimone Nicola Di Gioia, fratello del presunto assassino, così come chiesto dalla difesa di Perilli.

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