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Hanno parzialmente ammesso le accuse di caporalato ed estorsione ai danni dei braccianti agricoli le tre persone arrestate due giorni fa dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’indagine «Macchia nera» della Procura di Bari. Negli interrogatori di garanzia, i tre indagati hanno scelto di non rispondere su molte delle contestazioni, pur ammettendo di aver intascato la cosiddetta “quindicina”, 2 euro per ogni giornata di lavoro che veniva distratta dai compensi dei braccianti e da loro versata ai presunti caporali ogni quindici giorni (Ansa).

I tre arrestati, Maria Macchia, incaricata di reclutare i braccianti e segnare le presenze, l’amministratore e l’addetto alla contabilità dell’azienda agricola Extrafrutta di Bisceglie, Bernardino Pedone e Massimo Dell’Orco, sono accusati di aver pagato per anni 2 mila braccianti agricoli circa 2 euro e 50 all’ora, facendoli lavorare fino a 14 ore consecutive sotto i teloni con temperature altissime, a condizione che per ogni giornata lavorativa restituissero al caporale 2 euro. Agli indagati, 11 in totale, si contestano a vario titolo i reati di associazione per delinquere, caporalato, estorsione, truffa ai danni dell’Inps e autoriciclaggio. Al termine degli interrogatori il difensore dei tre arrestati, l’avvocato Salvatore Campanelli, ha chiesto la revoca delle misure cautelari e dei sequestri (circa 1 milione di euro) e il giudice si è riservato la decisione.


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