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Scoperto il meccanismo responsabile della morte dei pazienti con Covid, a coordinare lo studio il barese Marco Ranieri

Pubblicato da: redazione | Lun, 31 Agosto 2020 - 15:00
foto Policlinico Sant'Orsola

Uno studio italiano, capofila il Policlinico di Sant’Orsola, descrive il meccanismo responsabile della elevata mortalità in terapia intensiva dei pazienti con COVID-19. Due semplici esami identificano questa condizione la cui diagnosi precoce, assieme al supporto del massimo delle cure possibili in terapia intensiva, può portare un calo della mortalità fino al 50%.

Pubblicato su “ The Lancet Respiratory Medicine” lo scorso 27 agosto. Lo studio dimostra che il virus può danneggiare entrambe le componenti del polmone: gli alveoli (le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica) e i capillari (i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno). Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari muore quasi il 60% dei pazienti. Quando il virus danneggia o gli alveoli o i capillari a morire è poco più del 20% dei pazienti. Il “fenotipo” dei pazienti in cui il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari (pazienti col “doppio danno”) è facilmente identificabile attraverso la misura di un parametro di funzionalità polmonare (la distendibilità del polmone < 40; valore normale 100) e di un parametro ematochimico (il D-dimero > 1800; valore normale 10).

Questi risultati hanno importanti implicazioni sia per le cure attualmente disponibili che per i futuri studi su nuovi interventi terapeutici per i pazienti con COVID-19. Infatti, oggi il riconoscimento rapido del fenotipo col “doppio danno” consentirà una precisione diagnostica molto più elevata e un utilizzo delle terapie ancora più efficace, riservando a questi malati le misure terapeutiche più “aggressive” quali la ventilazione meccanica, la extra-corporeal membrane oxygenation (l’ECMO) e gli ambienti terapeutici a maggiore intensità di cure quali le terapie intensive) trattando invece con la ventilazione non invasiva col casco e il ricovero in terapia sub-intensiva i pazienti con “danno singolo”. Nel futuro questi risultati consentiranno di identificare rapidamente i pazienti in cui testare trattamenti sperimentali con anti-coagulanti per prevenire il danno ai capillari polmonari.

Lo studio è stato condotto su 301 pazienti ricoverati presso il Policlinico di Sant’Orsola di Bologna, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena Policlinico di Modena, Ospedale Policlinico di Milano, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda e HUMANITAS Research Hospital, ASST Monza – Azienda Socio Sanitaria Territoriale Monza e il Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. Lo studio è stato coordinato dal Prof. Marco Ranieri, barese, direttore dell’Anestesia e Terapia Intensiva Polivalente del Policlinico di S. Orsola. Lo studio ha visto anche il coinvolgimento del Prof. Franco Locatelli dell’ Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità e membro del CTS. Ampia la collaborazione tra diverse discipline (anestesia e rianimazione, pneumologia, radiologia, onco-ematologia, statistica medica) e diverse Università italiane ( Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Unimore – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università degli Studi di Torino, Humanitas University – Hunimed, Università Cattolica del Sacro Cuore ed estere ULB – Université libre de Bruxelles, University of Ireland Galway e University of Toronto). (foto scattata da Paolo Righi nelle terapie intensive del Policlinico durante il periodo di massima emergenza covid tra marzo ed aprile)

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