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Denaro ottenuto in 24 ore ma da restituire con interessi oltre il 5mila per cento. Commercianti, famiglie e imprenditori strozzati. La malavita si alimenta in questo modo ai tempi della crisi pandemica. È quanto è emerso dalle indagini della Guardia di Finanza. Entrambe espressioni di un “welfare criminale di prossimità”, ovvero una offerta di sostegno alle famiglie in difficoltà che, con la pandemia, sono aumentate. Come evidenziato nella Relazione annuale 2020 dell’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura – le piccole e medie imprese, i lavoratori autonomi e i liberi professionisti con partita IVA, proprio a causa della sospensione prima e del rallentamento poi delle loro attività, costituiscono il comparto economico che soffre maggiormente delle difficoltà in atto e, quindi, più esposto, all’usura. In questo contesto, le ultime indagini svolte dal Nucleo PEF Bari hanno, innanzitutto, confermato la presenza della figura dell’usuraio “di quartiere”, ovvero del “cravattaio”, che gestisce – in prima persona o con la connivenza di propri familiari – i rapporti con le vittime, mettendo a frutto la propria ricchezza e lucrando così sullo stato di difficoltà finanziaria dei malcapitati.

Conferma di questo fenomeno si è avuta con l’indagine di polizia giudiziaria denominata “Cravatte rosa”, all’esito della quale lo scorso novembre le fiamme gialle hanno arrestato 13 persone. In particolare le indagini investigative – hanno consentito di scoprire un modus operandi di tipo “domestico”, per centinaia di migliaia di euro gestito, dal 2011 al 2020, da donne appartenenti a 4 nuclei familiari nei confronti di loro vicini di casa, residenti nei quartieri popolari Japigia, San Pasquale e San Paolo di Bari. Attraverso  intercettazione telefoniche, pedinamenti, video-riprese, indagini finanziarie ed escussione in atti delle numerosissime vittime dell’usura, gli inquirenti hanno individuato i responsabili. Il “modus operandi” dell’attività usuraria prevedeva la restituzione – anche mediante il ricorso a violenze e minacce – della somma prestata (in un arco temporale ricompreso nella maggior parte dei casi tra una settimana ed un massimo di 6 mesi) con l’applicazione di tassi di interesse annui fino a oltre il 5mila%. Inoltre, per i prestiti ottenuti vigeva la regola del “salto rata”, ovvero la vittima – laddove non fosse stata in grado di pagare, alla scadenza, la rata pattuita – era costretta a versare una “penale”, denominata “solo interesse”, ammontante al 50% della rata mensile prevista, con la conseguenza che il debito residuo rimaneva inalterato e che i tempi di estinzione del prestito si allungavano. A cadere nella morsa  dell’usura anche impiegati, commessi ed operai, alcuni dei quali anche accaniti giocatori di “bingo”, “lotto”, “slot machine” e “gratta e vinci”, tanto che, in una circostanza, una vittima “ludopatica” si è ritrovata in difficoltà tali da dissipare intere fortune, arrivando persino a vendere l’abitazione nella quale viveva.

 

Altre attività investigative – tuttora in corso – stanno facendo registrare la presenza preoccupante, nel territorio di riferimento, dell’usura anche in una dimensione associativa, con sodalizi criminali che esercitano, mediante vere e proprie “strutture organizzate”, attività di concessione di prestiti a tassi di interesse elevatissimi nei confronti di commercianti, piccoli imprenditori e artigiani, proponendosi come unico rimedio al soddisfacimento del loro fabbisogno immediato di liquidità. Del resto, le organizzazioni criminali hanno la possibilità di dispensare la smisurata liquidità di cui dispongono alle persone in difficoltà con immediatezza e senza, al momento, chiedere una contropartita, per poi pretendere in cambio “future connivenze”, nella concreta prospettiva di infiltrarsi ulteriormente nel tessuto economico. Prestiti a “strozzo”, con l’applicazione di tassi di interesse annui fino a oltre il 1200%.

Anche in questo caso, le attività investigative sono partite a seguito della denuncia presentata da un imprenditore pugliese, in difficoltà finanziarie, caduto nelle morse dell’usura di quattro clan malavitosi. Le indagini hanno consentito di ricostruire il seguente “modus operandi” utilizzato dalle organizzazioni criminali: la dazione del denaro all’imprenditore usurato avviene per contanti, con riconsegna agli aguzzini nella medesima forma o attraverso l’emissione di assegni bancari privi dell’indicazione del beneficiario o di assegni circolari all’ordine di soggetti contigui al clan. L’assegno bancario privo dell’indicazione del beneficiario viene “speso” in esercizi commerciali ed intestato al titolare dell’attività economica (generi alimentari, abbigliamento, ecc.) che lo mette all’incasso. Per dissimulare le tracce dei flussi di denaro generati dai prestiti usurari nei circuiti finanziari, in alcuni casi la restituzione delle somme vede interessati componenti del nucleo familiare della vittima attraverso l’emissione a proprio nome di assegni bancari/circolari. In caso di insolvenza o di ritardi nella restituzione degli interessi, i clan non esitano a porre in essere vere e proprie “spedizioni punitive” a danno dell’imprenditore usurato, consistenti in vessazioni psicologiche e/o aggressioni fisiche.

Numerosissimi sono i soggetti risultati coinvolti nelle attività usurarie, circa 90, ciascuno dei quali è risultato incaricato di svolgere un compito preciso nel sodalizio criminale di appartenenza. Oltre ai vertici e agli esponenti di spicco dei clan, le attività investigative hanno, difatti, messo in luce il ruolo degli “intermediari” (che hanno messo in contatto gli usurati con le singole organizzazioni criminali), dei beneficiari degli assegni circolari (contigui ai clan) e di coloro che hanno riscosso gli interessi o hanno eseguito le “spedizioni punitive”.


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