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La semaglutide per curare la steatosi epatica: lo studio al De Bellis

La semaglutide, un farmaco comunemente impiegato per la cura del diabete di tipo 2, riduce la fibrosi e la steatosi epatica

Pubblicato da: redazione | Mer, 7 Febbraio 2024 - 14:34
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La semaglutide, un farmaco comunemente impiegato per la cura del diabete di tipo 2, riduce la fibrosi e la steatosi epatica attraverso l’azione di microvescicole circolanti che agiscono selettivamente su quelle cellule che nel fegato sono deputate alla produzione del tessuto fibrotico: le cellule stellate. Questa è la conclusione alla quale è giunto un team multidisciplinare di ricercatori dell’Irccs “Saverio de Bellis” di Castellana Grotte guidato dalla dott.ssa Mariapia Scavo, prima firmataria di un articolo scientifico, che ha visto la partecipazione di biologi funzionali e molecolari, nutrizionisti, endocrinologi, in collaborazione anche con l’Università degli Studi di Bari.

La semaglutide è un farmaco che regolarizza i livelli glicemici legandosi ed attivando il recettore GLP-1 che rappresenta, dunque, il bersaglio molecolare del farmaco. Recentemente è stato segnalato nella letteratura internazionale un miglioramento della steatosi/fibrosi che spesso accompagna il diabete di tipo 2, sebbene non sia mai stato spiegato come questo avvenga. “La difficoltà nel comprendere il meccanismo di azione della semaglutide è dovuta al fatto che il suo recettore molecolare, GLP-1, è assente nel fegato, e quindi fino ad oggi era inspiegabile l’effetto sulla riduzione della fibrosi e/o steatosi”, riferisce il Direttore Scientifico Gianluigi Giannelli. “La nostra ricerca – prosegue Giannelli – per la prima volta dimostra che in seguito al trattamento con semaglutide vengono rilasciate in circolo alcune microvescicole extracellulari che raggiungono il fegato attraverso la circolazione sanguigna, entrano nelle cellule stellate riducendo la fibrosi”. L’azione della semaglutide, quindi, è mediato a distanza da microscopiche particelle che trasportano al loro interno proteine, frammenti di RNA, etc che rappresentano per la cellula ricevente, un messaggio che si traduce in un effetto biologico: in questo caso la riduzione della deposizione di fibrosi, che si verifica però non in tutti i casi, come spiega ancora il direttore scientifico dell’istituto pugliese specializzato in gastroenterologia.  “La ridotta deposizione di proteine fibrotiche ed il miglioramento della vitalità cellulare in condizioni sperimentali sono stati osservati solo nei pazienti che avevano effettivamente mostrato un miglioramento della steatosi epatica a livello ecografico ed ematochimico. Infine – conclude Giannelli – l’evidenza sperimentale dell’effetto delle microvescicole sulle cellule stellate ma non su quelle epatiche sottolineano la specificità del meccanismo dimostrato dalla nostra ricerca”.

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