C’è stato un tempo in cui per “sistemare” un’immagine servivano competenze, software complessi e parecchia pazienza. Oggi basta un click. Un filtro che affina il viso, che corregge la luce, un’app che riscrive i tratti. In pochi secondi possiamo presentarci al mondo in una versione levigata e apparentemente migliore. La tecnologia ha diffuso la moda del ritocco, rendendolo accessibile a chiunque abbia uno smartphone e una connessione.
Non stiamo più “modificando una foto”, stiamo costruendo un’identità visiva alternativa, pronta per essere condivisa.
Il punto è chiedersi: a cosa serve davvero?
Nel breve periodo, funziona. L’immagine modificata rassicura, raccoglie like, evita il confronto con imperfezioni che preferiremmo non mostrare. Ma nel lungo periodo il vantaggio si fa più fragile. Chi ci incontra dal vivo non vede la versione filtrata, vede quella reale.
La tecnologia, in questo senso, non mente: siamo noi a usarla per semplificare troppo. Un volto ritoccato non dice nulla di chi siamo, se non che sappiamo usare bene un’app. È un biglietto da visita elegante ma vuoto. E se l’incontro con gli altri diventa reale, il biglietto da visita non funziona più.
C’è poi una conseguenza più silenziosa, ma forse più profonda: l’effetto sull’autostima. Abituarsi a vedersi sempre “migliorati” rende la versione reale più difficile da accettare. Il filtro diventa il metro di paragone, non l’eccezione.
Più la tecnologia ci offre controllo sull’immagine, meno controllo abbiamo sul modo in cui ci percepiamo. La promessa è potere, il rischio è dipendenza. Le tecnologie di editing sono neutre: siamo noi a caricarle di significato. Possono essere gioco, sperimentazione, ma diventano problematiche quando sostituiscono la realtà con una versione costantemente ottimizzata, pensata per piacere più che per comunicare.
La verità è però che, offline come online, ciò che crea connessione non è la pelle levigata o la luce giusta, ma la sensazione, ormai rarissima, di avere davanti qualcuno che non sta cercando di sembrare altro da sé.