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Bari, a 38 anni l’esordio in Serie A2 nel volley: “Non bisogna mai smettere di sognare”

La storia di Palma Monitillo, la biologa che ha sfidato il tempo e “il sistema” in una provincia in cui non mancano le difficoltà per via della carenza di spazi

Pubblicato da: Francesca Emilio | Sab, 21 Febbraio 2026 - 08:22
Foto Panbiscò Leonessa Altamura Volley

Quando il suo allenatore si è girato verso la panchina e le ha detto “Palma, entra in campo”, il tempo si è fermato. Palazzetto pieno, la sua gente tra gli spalti, la maglia della sua città addosso. A 38 anni, Palma Monitillo ha messo piede per la prima volta in Serie A2, l’unica categoria che le mancava in una carriera lunga una vita e lo ha fatto nel Barese, in particolare ad Altamura, con la Panbisco’ Leonessa Volley in una provincia in cui sognare di vivere di sport, soprattutto al femminile e in discipline meno “visibili” come la pallavolo, non è mai semplice. Ma andiamo per gradi.

Siamo in provincia di Bari, città in cui tra carenza di spazi e strutture fatiscenti è spesso facile perdere fiducia in un sistema che – a lungo andare – frena i sogni di tanti piccoli e grandi atleti talentuosi che spesso “si nascondono” in ogni quartiere. Eppure, proprio da questa terra “complessa”, arrivano storie capaci di ribaltare ogni pronostico. Quella di Palma Monitillo, classe ’87, è una di queste. Biologa di professione, con la sveglia che suona puntuale alle sei del mattino, ogni giorno, Palma vive la pallavolo come una vocazione che non conosce né scorciatoie né alibi. Nonostante la stanchezza, gli allenamenti serali, le trasferte, i sacrifici quotidiani, “arrivare sempre puntuale, non mancare a nessun allenamento nonostante il lavoro” è diventato per lei un modo per dare l’esempio, prima ancora che per inseguire un risultato.

La sua storia comincia proprio ad Altamura, in una palestra dove – all’epoca – le bambine si avvicinavano allo sport tra tecnica e gioco, così come accade anche oggi in tantissime altre realtà cittadine. “È iniziato un po’ come per tutte le bimbe che anche oggi si approcciano a uno sport”, racconta. Un anno dopo, l’incontro che cambia tutto: un allenatore la nota e la porta in una società che parte dalla Serie C. A undici anni Palma si ritrova già a giocare con ragazze più grandi, a condividere il campo con atlete che hanno anche dieci anni più di lei. A tredici anni poi, catapultata in una partita di playout decisiva per la salvezza, scopre cosa significa sentire il peso di una categoria, di un pubblico, di una maglia. “Da quel momento non sono più uscita dal campo”, spiega, come se quella sera avesse scelto, senza saperlo, il filo rosso della sua vita.

Da lì, una scalata fatta di promozioni, Serie D, C, B2, B1, fino all’esperienza in A1 a soli diciannove anni. Un mondo nuovo, pressante, professionale, che la mette davanti ai volti che prima vedeva solo in televisione. “Mi sono trovata di fronte a giocatrici e personaggi che io vedevo in tv”, ricorda. Un sogno che prende forma, sostenuto anche da una famiglia che, pur non conoscendo quel mondo, sceglie di fidarsi e di accompagnarla nonostante i moltissimi sacrifici dettati da lunghe trasferte, distanze e allenamenti a tutte le ore, anche di sera. E poi il tempo, che passa per tutti, ma non spegne i sogni. A 38 anni, l’unica categoria che le mancava, l’A2, con un esordio che arriva in casa, ad Altamura, davanti alla sua gente, alla sua famiglia. “Quando il mio allenatore si è girato e mi ha detto ‘Palma entra’, ci sono state un insieme di emozioni indescrivibili”, racconta. Il palazzetto che non calpestava dai tempi dell’A1, il pubblico, la maglia, il peso di una carriera che torna a farsi presente in un istante solo. “Indescrivibile l’emozione che ho provato”, racconta.

In un ambiente, o forse meglio dire in una società, che spesso misura tutto con lo scandire pressante del tempo e dei traguardi da raggiungere “entro un certo momento della vita”, Palma non ha mai sentito quel peso, né quello dell’età, né quello di dover rincorrere un determinato obiettivo con una scadenza specifica. Al contrario, la sua presenza è diventata riferimento, come una guida silenziosa che cerca di spronare con l’esempio e l’esperienza l’amore per lo sport tramite passione e disciplina, ma anche tanto impegno e sacrificio. “Cerco di trasmettere tutta la mia passione”, spiega, “perché ogni allenamento, ogni ingresso in campo possa essere da sprono per le più giovani: un recupero in più, un tocco a muro, un gesto che dice che si può sempre andare oltre per superare un limite, non solo nella pallavolo”, sottolinea. Ma il sogno non si costruisce solo con la passione. Si costruisce anche con le rinunce e Palma lo sa bene. “Il primo tra tutti è sicuramente la lontananza dalla famiglia”, ammette. Il tempo che manca per gli amici, per una serata leggera, per una vita “normale”. C’è stato lo studio, c’è il lavoro, c’è la sveglia all’alba. Ma per Palma lo sport non è solo competizione: è crescita umana, confronto, incontro con chi viene da luoghi e storie diverse. “Tutti gli sport di squadra ti aiutano a creare un gruppo”, dice, “ognuno deve essere parte di un meccanismo perfetto, un ingranaggio che funziona alla perfezione solo insieme”.

Nel suo percorso, a fare davvero la differenza, sono state le persone. Allenatori e compagne che hanno lasciato un segno tecnico e umano. Palma ne cita con gratitudine alcuni (dei tanti), tra loro Pasquale Moramarco, “colui che mi ha fatto vedere la pallavolo in maniera diversa, mi ha aperto la mente”, una figura che le ha insegnato a guardare il gioco oltre il gesto immediato. Accanto a lui, Francesco Montemurro, con cui ha condiviso quattro anni a Isernia e Rosa Ricci, prima compagna di squadra e poi allenatrice, incontrata tra Trani, Corato e nell’esperienza al Primadonna Bari. “Mi ha dato tanto, è stata un punto di riferimento prezioso, come persona da seguire, e poi come allenatrice, standomi accanto”, racconta, definendola un’amica dentro e fuori dal campo. Una rete di relazioni che racconta come, dietro ogni atleta, ci sia sempre una comunità che cresce insieme a lei.

Eppure, sognare lo sport a livelli agonistici, soprattutto al femminile, nel Barese non è semplice. Mancano strutture, palazzetti, spazi per il settore giovanile. “Ci sono tante ragazzine che si affacciano a questo sport, ma purtroppo le strutture mancano e se ci sono nella maggior parte dei casi non sono in condizioni ottimali”, osserva. Le società faticano a reggere il peso di una domanda che cresce senza un sistema adeguato a sostenerla. Palma spera in un futuro in cui le palestre scolastiche e gli spazi pubblici possano diventare davvero “luoghi di accesso allo sport”, perché “aiutano a crescere personalmente”, prima ancora che a formare atlete. La sua storia, però, non parla solo a chi gioca. Parla a chi ha messo un sogno in un cassetto. “Penso che quei cassetti bisogna riaprirli”, dice. Non importa l’età, non importa il momento della vita: “Mai mollare, andare avanti e cercare di raggiungere i nostri obiettivi”. È un messaggio che vale per il campo, ma anche per il lavoro, la famiglia, le scelte quotidiane. “Lascia tutto fuori, entra nel campo, gioca fino alla fine, dai tutto te stesso e porta a casa il risultato”, è questa la frase che Palma lascerebbe nello spogliatoio per chi entrerà in campo dopo di lei, parole che racchiudono il senso del “dare tutto” fino alla fine, nello sport, come nella vita. Adesso però, il focus è sul prossimo obiettivo: “Con la mia squadra puntiamo alla salvezza. Cosa ci sarà dopo questa esperienza? Ci penserò poi, per ora c’è un campionato da vivere fino alla fine, a tutto tondo”, conclude.

Foto Panbiscò Leonessa Altamura Volley

Foto Panbiscò Leonessa Altamura Volley

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