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Rita Pavone contro l’effetto streaming: “Cantiamo solo i Sanremo di 30 anni fa”

Che fine hanno fatto le canzoni eterne?

Pubblicato da: Ylenia Bisceglie | Ven, 27 Febbraio 2026 - 13:12
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Quando Rita Pavone dice: “Tutti cantano Sanremo sì, ma inevitabilmente la gente canta solo i brani dei Sanremo di allora. Ricorda a memoria quelli di 30/40 anni fa, e non quelli dello scorso anno… I più recenti risalgono al 1997… Fatevi una domanda e datevi una risposta.”, non sta solo lanciando una provocazione. Sta toccando un punto focale della musica italiana e forse del nostro modo di ascoltarla.

Perché è vero. Basterebbe fare un esperimento semplice: una cena tra amici, un karaoke improvvisato, una chitarra che gira. I ritornelli che partono in coro sono quasi sempre quelli di un’epoca precisa, sedimentata. Le canzoni di Festival di Sanremo che hanno attraversato decenni sono diventate memoria collettiva, colonna sonora di matrimoni, estati, amori ma anche addii.

La domanda allora non è se la musica di oggi sia peggiore. La vera questione è: cosa è cambiato nel modo in cui la musica resta dentro di noi?

Fino agli anni ’90, il Festival era un rito nazionale. Poche reti, poche uscite discografiche, meno sovraccarico. Una canzone aveva il tempo di sedimentare. Restava in radio mesi, a volte anni. Il mercato era più lento, ma anche più verticale: il palco dell’Ariston consacrava, nel bene e nel male. Se un brano entrava nelle case, nella maggior parte dei casi ci rimaneva.

Oggi la musica è ovunque. È fluida, frammentata, è diventata quasi algoritmica. Vive nelle playlist, nei reel di 30 secondi, nei trend di una settimana o poco più. La velocità ha sostituito la permanenza. Molti brani contemporanei funzionano per atmosfera, per mood, per produzione. Sono perfetti per accompagnare un momento, meno per essere cantati in coro a distanza di trent’anni.

C’è anche un altro fattore: la nostalgia non è un difetto, è un meccanismo identitario. Le canzoni che ricordiamo a memoria non sono solo “migliori”, ma sono spesso intrecciate ai nostri anni e alle nostre esperienze.

Quindi sì, in parte Rita Pavone ha ragione. Il repertorio condiviso sembra essersi fermato a una certa epoca. Ma non perché la creatività si sia spenta. Piuttosto perché esistono mille nicchie, mille pubblici, mille storie e memorie. Forse la risposta alla provocazione è questa: la musica non è diventata più debole, è diventata più veloce. E in un mondo che corre, restano immortali solo le canzoni che hanno avuto il privilegio di nascere quando il tempo era più lento.

La domanda, allora, non è se “non si scrivono più canzoni come una volta”.
La vera domanda è: siamo ancora disposti ad ascoltarle abbastanza a lungo da farle diventare nostre per sempre?

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