C’è un paradosso che attraversa il comparto dell’uva da tavola pugliese, con la Puglia che concentra oltre la metà delle superfici italiane e ha costruito negli anni una filiera altamente specializzata e continua a investire in qualità, innovazione e nuove varietà, mentre proprio il mercato interno è sottoposto a una forte pressione sui prezzi e alla concorrenza crescente del prodotto proveniente dai Paesi terzi. A denunciarlo è Coldiretti Puglia, in occasione del tavolo regionale sull’uva da tavola convocato dall’assessore all’Agricoltura Paolicelli, che rilancia il principio di reciprocità come condizione indispensabile per una concorrenza realmente leale. Non si tratta di chiudere il mercato alle importazioni, ma di pretendere che chi vende nell’Unione europea rispetti condizioni equivalenti a quelle imposte agli agricoltori europei in materia di sicurezza alimentare, fitofarmaci, lavoro, ambiente e tracciabilità.
Sono circa 25mila gli ettari regionali coltivati a uva da tavola sui circa 47mila complessivi nazionali, una quota che supera il 53% – aggiunge Coldiretti Puglia – una leadership costruita attraverso investimenti importanti e una profonda trasformazione varietale, con la crescita delle uve apirene e delle produzioni capaci di rispondere alle nuove esigenze dei consumatori e dei mercati internazionali. Proprio alla luce dell’evoluzione varietale e degli investimenti sostenuti dalle aziende pugliesi, Coldiretti Puglia ritiene importante che nel disciplinare dell’IGP Uva di Puglia siano state ricomprese anche le uve senza semi prodotte in Puglia, così da valorizzare pienamente una delle principali innovazioni introdotte dalla filiera regionale e rafforzare il riconoscimento dell’identità e della qualità del prodotto pugliese. Allo stesso tempo è necessario rendere più trasparente la formazione del prezzo lungo la filiera e rafforzare – insiste Coldiretti Puglia – il contrasto alle pratiche commerciali sleali, perché non può essere l’agricoltore a pagare il conto delle distorsioni del mercato. In questa direzione, Coldiretti Puglia chiede anche l’introduzione di un catasto varietale dell’uva da tavola, quale strumento di conoscenza e trasparenza della base produttiva, utile a monitorare superfici, varietà e potenziale produttivo e a rafforzare la programmazione della filiera.
“E proprio l’apertura di nuovi canali commerciali dimostra la capacità del sistema pugliese di guardare oltre i confini nazionali. Il 3 ottobre è previsto da Grottaglie il primo cargo con destinazione Istanbul, destinato a diventare un nuovo collegamento verso i mercati internazionali e ad ampliare le possibilità di esportazione della produzione pugliese verso una platea commerciale che arriva fino ai mercati di tutto il mondo. Ma mentre l’uva pugliese cerca nuove rotte per conquistare i mercati internazionali, sul mercato interno il prezzo continua a rappresentare un elemento di forte criticità”, denuncia Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia.
Un segnale importante per una filiera che ha già una forte vocazione all’export e che nel 2025 ha portato l’uva da tavola pugliese sui mercati esteri per un valore vicino al miliardo di euro, un risultato che conferma la forza di un comparto nel quale la Puglia rappresenta il principale polo produttivo nazionale.
Ma il conto della filiera sul mercato interno rende evidente la sproporzione nella grande distribuzione organizzata, con una cassetta da 2,5 chili che è venduta a 0,99 euro al chilo vale 2,475 euro per il consumatore. All’origine, invece, il valore dell’uva può scendere nell’ordine di 0,30-0,40 euro al chilo, mentre sul prodotto incidono anche confezionamento, cartoncino, copertura, etichettatura, trasporto, raccolta, pedane, reggette, quota di fine anno e Iva.
Per Coldiretti Puglia il problema non è la promozione commerciale in sé, ma il rischio che la leva promozionale venga scaricata sull’anello più debole della filiera, comprimendo ulteriormente il prezzo riconosciuto all’agricoltore. L’uva da tavola non può diventare un semplice prodotto civetta con cui attirare il consumatore mentre il costo della competizione viene trasferito alle imprese agricole. Il paradosso è ancora più evidente se si considera che il comparto pugliese è chiamato contemporaneamente a competere sui mercati internazionali e a sostenere costi produttivi sempre più elevati. Le aziende hanno investito in nuovi impianti, varietà, sistemi di irrigazione, innovazione e qualità, affrontando anche una crescente complessità normativa e costi elevati di manodopera, energia, materiali e logistica.
“E c’è una contraddizione che non possiamo ignorare – aggiunge il direttore Piccioni – da una parte la Puglia apre nuove rotte per portare la propria uva nel mondo, dall’altra sul mercato nazionale assistiamo a promozioni che rischiano di schiacciare il valore riconosciuto all’origine. E’ necessario rendere più trasparente la formazione del prezzo lungo la filiera, rafforzare il contrasto alle pratiche commerciali sleali e promuovere contratti di filiera capaci di garantire programmazione, stabilità dei rapporti commerciali e una più equa distribuzione del valore lungo tutta la filiera”.
La Puglia ha le carte per continuare a essere protagonista dell’uva da tavola mondiale. Ora, con nuove infrastrutture logistiche e nuove rotte commerciali, può raggiungere mercati ancora più lontani. Ma perché questa crescita produca valore anche nelle campagne – conclude Coldiretti Puglia – occorre che alla libertà di commercio corrisponda la libertà di competere ad armi pari, stesso mercato, stesse regole, vera reciprocità.