Una voce profonda, un pianoforte e una rabbia che, invece di restare nascosta, diventava musica. Nina Simone non è stata semplicemente una cantante, è stata pianista, interprete, compositrice e attivista, una donna capace di attraversare jazz, blues, soul, gospel, folk e musica classica senza appartenere completamente a nessuno di questi mondi. Dietro quel nome diventato leggendario c’era Eunice Kathleen Waymon, una bambina della Carolina del Nord che sognava di diventare una grande pianista classica. Mentre leggete consigliamo l’ascolto di “Sinnerman”.
Prima di Nina Simone c’era Eunice
Eunice Kathleen Waymon nasce il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella Carolina del Nord, sesta di otto figli di una famiglia povera e profondamente religiosa. Il pianoforte entra prestissimo nella sua vita. Comincia a suonare da bambina e il suo talento è talmente evidente che la comunità afroamericana locale contribuisce economicamente alla sua formazione musicale. Ma insieme alla musica arriva molto presto anche la consapevolezza della discriminazione. Accadde durante un’esibizione, quando ad appena 12 anni, si scontrò con il pregiudizio razziale del Sud degli Stati Uniti. È un’esperienza destinata a lasciare un segno profondo nella ragazza che, anni dopo, avrebbe trasformato la propria voce in uno degli strumenti musicali più potenti del movimento per i diritti civili.
Quel sogno di diventare pianista classica
Prima del jazz, del soul e del blues c’è infatti Bach. C’è lo studio rigoroso del pianoforte e soprattutto un’ambizione: diventare concertista classica. La formazione musicale di Nina Simone rimarrà evidente anche quando la sua carriera prenderà tutt’altra direzione. Il pianoforte nelle sue canzoni non è quasi mai un semplice accompagnamento, dialoga con la voce, la anticipa, la contraddice. Nei primi anni cinquanta comincia a lavorare come pianista e cantante nei club. Ed è proprio allora che Eunice Waymon decide di nascondersi dietro un altro nome. “Nina” deriva da niña, soprannome datole dal fidanzato, “Simone” è invece un omaggio all’attrice francese Simone Signoret, che ammirava. Nasce così Nina Simone.
“I Loves You, Porgy” e l’inizio del successo
Nel 1959 arriva il debutto discografico con “Little Girl Blue”. Tra le registrazioni compare una reinterpretazione destinata a diventare fondamentale nella sua carriera: I Loves You, Porgy, tratta dal Porgy and Bess di George Gershwin. Nello stesso album c’è anche “My Baby Just Cares for Me”, canzone che molti anni dopo avrebbe vissuto una sorprendente seconda vita. È già evidente ciò che renderà Nina Simone difficilmente classificabile. Jazz, blues, gospel, musica classica e folk convivono nella stessa artista. Definirla semplicemente una cantante jazz diventa quasi riduttivo.
Quando la musica diventa protesta
Negli anni Sessanta qualcosa cambia. La questione razziale negli Stati Uniti non può più restare soltanto sullo sfondo della sua vita. Nina Simone si avvicina al movimento per i diritti civili, entra in contatto con figure come Malcolm X e Martin Luther King e frequenta intellettuali e attivisti come la drammaturga Lorraine Hansberry. La sua posizione politica sarà spesso più vicina alla radicalità di Malcolm X e del Black Power che alla strategia non violenta di King. E la sua musica cambia insieme a lei. Nel 1964 porta alla Carnegie Hall “Mississippi Goddam”, scritta come reazione alla violenza razzista e, in particolare, all’attentato di Birmingham nel quale erano state uccise quattro ragazze afroamericane. Non usa metafore rassicuranti. La protesta è esplicita, tanto che diverse radio si rifiutano di trasmettere il brano. La cantante è ormai diventata anche un’attivista.
Quattro donne per raccontarne milioni
Tra i brani più significativi di questa fase c’è anche “Four Women”. Nina Simone costruisce quattro personaggi femminili afroamericani e, attraverso di loro, racconta stereotipi, colore della pelle, violenza, identità e il conflitto vissuto dalle donne nere all’interno della società americana. È uno degli elementi che rendono la sua produzione ancora contemporanea: Simone non racconta soltanto ciò che accade. Trasforma questioni politiche e collettive in storie, corpi, volti e voci individuali. La musica diventa uno spazio nel quale ciò che viene ignorato può finalmente essere pronunciato.
“Feeling Good”, “I Put a Spell on You” e “Sinnerman”
Eppure Nina Simone non può essere racchiusa neppure nella definizione di cantante di protesta. Negli anni Sessanta pubblica alcuni dei lavori più importanti della propria carriera, tra cui alcune cover in una versione del tutto inedita. Tra queste “I Put a Spell on You”, “Pastel Blues”, “Wild Is the Wind”, “High Priestess of Soul” e “Nina Simone Sings the Blues”. Sono gli anni di interpretazioni diventate immortali. C’è “Feeling Good”, con quella voce che sembra prendere possesso lentamente di ogni parola.
C’è “I Put a Spell on You”, intensa e quasi ipnotica. C’è “Wild Is the Wind”, che anni dopo avrebbe colpito profondamente David Bowie, tanto da spingerlo a reinterpretarla nel suo album Station to Station del 1976. E poi c’è “Sinnerman”, una corsa di oltre dieci minuti costruita su pianoforte, ritmo e ripetizione. Un brano che sembra non trovare mai pace e che, decenni dopo, continuerà a comparire in film e serie televisive.
Oltre l’America
Alla fine degli anni Sessanta Nina Simone lascia gli Stati Uniti. Negli anni successivi vive in diversi Paesi, tra cui Barbados, Liberia, Egitto, Turchia, Paesi Bassi e Svizzera. La sua produzione discografica diventa più irregolare e nel 1974 si allontana per alcuni anni dalle scene. Torna nel 1978 con “Baltimore”, album che prende il nome dal brano di Randy Newman, ma negli anni successivi la sua presenza nel panorama musicale rimane discontinua. Poi accade qualcosa di imprevedibile, una vecchia canzone torna improvvisamente a vivere.
Una pubblicità e la seconda vita di “My Baby Just Cares for Me”
Negli anni Ottanta Chanel utilizza “My Baby Just Cares for Me” in una pubblicità. Il brano era stato registrato quasi trent’anni prima, ma conquista una nuova generazione e nel 1987 entra nelle classifiche di diversi Paesi europei. Si moltiplicano ristampe e raccolte e Nina Simone viene riscoperta dal grande pubblico. È uno dei casi più curiosi della sua carriera, una canzone del 1959 diventa nuovamente un successo quando il mondo musicale intorno a lei è ormai completamente cambiato. Ma forse dimostra anche quanto poco la sua musica fosse legata a un’epoca precisa.
Una voce che continua a vivere
Nina Simone muore il 21 aprile 2003, a 70 anni, nella sua casa di Carry-le-Rouet, in Francia. Secondo le sue volontà viene cremata e le sue ceneri vengono sparse in diversi luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati. La sua storia, però, continua molto oltre la sua morte. Nel 2015 il documentario “What Happened, Miss Simone?” riporta la sua vicenda al centro dell’attenzione internazionale. La sua influenza attraversa inoltre generazioni e generi differenti. Lana Del Rey ha reinterpretato The Other Woman e Don’t Let Me Be Misunderstood; Feeling Good è stata ripresa dai Muse; Beyoncé l’ha citata e utilizzata nei propri lavori, mentre Nina Zilli ha scelto il proprio nome d’arte proprio in omaggio a Nina Simone, una delle sue cantanti preferite.
Nina Simone, una voce (e un’anima) impossibile da addomesticare
Chiamarla cantante jazz non basta, chiamarla attivista nemmeno. Nina Simone è stata il punto nel quale musica, identità e politica hanno smesso di essere mondi separati. Ha cantato l’amore e la solitudine, ma anche il razzismo, la rabbia e l’orgoglio. Ha preso standard scritti da altri e li ha trasformati fino a farli sembrare suoi. Ha portato dentro jazz e soul la disciplina della pianista classica che avrebbe voluto diventare. E soprattutto non ha cercato di rendere più comoda la propria voce per chi l’ascoltava. Forse è per questo che, a più di vent’anni dalla sua morte, Nina Simone continua a sembrare così contemporanea: non cantava per tranquillizzare il mondo, cantava per costringerlo ad ascoltare.