Room di Lenny Abrahamson – Recensione

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Room, lungometraggio diretto da Lenny Abrahamson, è davvero il film che non ti aspetti. Le possibilità che il risultato finale fosse insufficiente erano altissime: la pellicola narra una storia di rapimento e segregazione, si svolge per metà in un’unica, piccola stanza (e comunque in ambienti chiusi per quasi tutto il suo minutaggio), e si regge unicamente sulle capacità recitative, fatte di sguardi, dialoghi e soprattutto silenzi, dei due giovani protagonisti, Brie Larson, recentemente insignita del premio Oscar come Migliore Attrice Protagonista a soli ventisei anni, e Jacob Tremblay, che di anni ne ha appena nove (è nato il 9 ottobre del 2006!).

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E, invece, Room è un piccolo, vero capolavoro. Un film coraggioso e sincero, toccante ma mai gratuito o forzato, e girato con una maestria registica egregia.

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La storia narra la drammatica vicenda di Joy e di suo figlio Jack, nella loro quotidianità vissuta in prigionia nella stanza che è la loro casa. Da tanto tempo, anzi, per Jack, da sempre. Perché Joy è stata rapita sette anni prima da un misterioso e crudele uomo, che ne è divenuto il suo carceriere e aguzzino, facendo di lei un burratino inerme nelle sue mani, costringendola a subire ripetute violenze sessuali. Proprio da questi rapporti carnali è nato, cinque anni prima, un bambino. Un bambino che sua madre ha accolto e chiamato Jack, e che il suo padre-mostro non ha mai nemmeno visto (i perché vi saranno spiegati nel corso della visione).

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La vita nella stanza dei due protagonisti è caratterizzata da una quotidianità ripetitiva, ma, nonostante questo pesantissimo handicap, Joy non ha mai trascurato il suo ruolo di madre, crescendo suo figlio in maniera amorevole e intelligente, insegnandogli tutto ciò che le era possibile e cercando di non far mai pesare al suo bambino la condizione davvero terribile nella quale versano.

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Un giorno, però, qualcosa cambia. Madre e figlio architettano un piano semplice, ma efficace, che consente al piccolo Jack di fuggire e salvare sua madre dal suo aguzzino. Potrà finalmente iniziare una nuova vita per Joy e il suo pargolo. Meglio, entrambi potranno davvero (ri)cominciare a vivere, con tutte le difficoltà che la vita comporta, specie quando sei rimasto disconnesso da questa per anni.

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Come immaginabile, la tematica affrontata in Room è davvero forte e d’impatto, emotivamente parlando. E lo spettatore non potrà non trovarsi coinvolto a livello emozionale dell’odissea di Joy e Jack, fino alla loro, sofferta, rinascita.

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Ma il film non è solo questo: sarebbe stato troppo facile giocare unicamente sul tema del rapimento e della condizione di un bambino che nasce e vive per cinque anni tra le mura di una lurida e piccola stanza. Paradossalmente, questo è solo uno strumento, il proverbiale MacGuffin che mette in moto l’azione di una storia più grande, più bella, più vera. Una storia d’amore, di quell’amore unico che unisce indissolubilmente una madre al proprio figlio.

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È il rapporto tra queste due figure elementali a essere il cuore pulsante del film. Un rapporto fatto di affetto e sostegno reciproco, con una madre che, nonostante la sua condizione, insegna al figlio a vivere, a reagire, a non darsi mai per vinto e a lottare sempre. E, in maniera complementare, toccherà poi al piccolo Jack aiutare la madre a ritrovare il coraggio e la forza di vivere, poiché, come si sa, per una giovane mente è più facile adattarsi a repentini cambiamenti, rispetto a quanto possa fare una psiche adulta, nella quale abitudini e sovrastrutture comportamentali si sono sedimentate nel tempo.

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Il lavoro fatto dal regista Lenny Abrahamson è grande, nel modo con il quale riesce a raccontare questa commovente storia in maniera sincera e partecipata, non tralasciando l’umanità della storia e dei personaggi senza però forzare la mano alla ricerca del facile colpo a effetto, ma, anzi, stabilendo con la precisione e la delicatezza di un pianista i tempi del suo racconto, fatto anche di piacevoli pause nelle quali permettere alla trama di dispiegarsi naturalmente e “respirare”. Il risultato finale è armonioso: Room è una straordinaria melodia, molto dura e quasi “fastidiosa” in alcuni momenti, ma, proprio per questo, degna di essere vissuta.

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In conclusione, una menzione speciale va ai due attori protagonisti, straordinari per come sono riusciti a calarsi nei loro personaggi, creando una reale chimica tra loro: il rapporto madre-figlio presentato in Room è credibilissimo e coerente con la condizione dei personaggi del film. Brie Larson ha vinto un importante Oscar che cambierà la sua carriera, con merito assoluto, ma il giovane Jacob Tremblay ha dimostrato, a nove anni, che se davvero attori non si nasce, siamo comunque lì.

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Room, poster italiano
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[table sort=”desc”]\r\nTitolo,Room\r\nRegia,Lenny Abrahamson\r\nSceneggiatura,Emma Donoghue\r\nCast,Brie Larson – Jacob Tremblay – Sean Bridgers – Joan Allen – Willliam H. Macy – Matt Gordon\r\nGenere,Drammatico\r\nDurata,118 minuti\r\nData di Uscita,3 marzo 2016\r\n[/table]

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