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In un’epoca colta, come quella rinascimentale, nessun dettaglio era lasciato al caso. Ogni elemento dell’opera d’arte, anzi, era investito di due o più significati, a seconda del riferimento filosofico e spirituale che si voleva prendere in considerazione. Per questo motivo, un quadro apparentemente minore come La Madonna del Magnificat di Sandro Botticelli, è – da solo – in grado di ispirare pagine e pagine di riflessione.

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Partiamo dalla caratteristica che più di tutte salta all’occhio: la forma circolare del quadro. Questo particolare era piuttosto comune all’epoca – parliamo della seconda metà del XV secolo – per i dipinti destinati alla devozione privata, ovvero alle ricche case della signoria locale. Più discreti e modesti dei magnifici cicli di affreschi o delle imponenti tele celebrative, i tondi erano perlopiù collocati nelle camere da letto o comunque negli ambienti privati delle famiglie: al loro uso era associata anche un’oculata scelta dei soggetti, spesso – come nell’altro famosissimo tondo, il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti – di carattere familiare. Allo stesso tempo, però, il cerchio è un simbolo ricorrente di unione, armonia e compiutezza; la sua assenza di angoli restituisce un’immagine di perfezione e eternità, diventando la forma dello spirito e dell’intelletto divino.

Dentro al cerchio

Intimità e spiritualità, ma anche profonda e ispirata cultura: dentro al cerchio, i soggetti risplendono degli stessi principi raccontati nella cornice. Bellissima, al limite della perfezione, la Madonna al centro del dipinto, che regge il Bambino che la guarda a sua volta dal basso, guidandole – però – la mano, nella Sacra Scrittura. Questo, il gioco circolare di amore materno e divino, che si rispecchia tra cuore e intelletto nelle figure dipinte da Botticelli. Attorno alla coppia, cinque angeli – altrettanto sublimi e altrettanto presi da un ciclico scambio di gesti e sguardi – svolgono il loro compito ancillare, investiti della stessa luce divina. Uno di loro agevola la scrittura reggendo il libro, perso – tuttavia – nel volto del suo compagno, che regge il calamaio. Lo sguardo dell’angelo, languido e innocente allo stesso tempo, è assolto nell’abbraccio di una terza figura, che sovrasta la coppia e ammorbidisce la composizione, accentuando la forma circolare. Due angeli, infine, incoronano Maria con veli impalpabili e una corona di luce, chiudendo – in un profilo geometrico uno e in una posa più naturale l’altro – il gruppo, che raggiunge, così, un apice estetico difficilmente raggiungibile.

Fuori dal cerchio

Parte della critica ritiene che questo tondo sia stato commissionato dalla famiglia fiorentina dei Medici e, più precisamente, dal patriarca Piero (figlio di Cosimo il Vecchio). Così, la bella Madonna sarebbe un omaggio alla mater familias Lucrezia Tornabuoni, il giovane col calamaio sarebbe un piccolo Lorenzo (il futuro Magnifico) e gli altri angeli, i suoi fratelli e le sue sorelle. Tuttavia, questa ipotesi – per quanto affascinante – non è mai stata confermata, dato che la prima menzione che abbiamo del quadro è il suo atto di vendita agli Uffizi, nel 1784. I riferimenti evangelici presenti nel quadro e la firma di Botticelli, collocano l’opera nel pieno della Firenze medicea: numerose, infatti, le allusioni a San Giovanni Battista, cugino di Gesù e patrono del capoluogo fiorentino. La frase che la Madonna scrive sul libro in primo piano è Magnificat anima mea Dominum, citata nel vangelo di Luca come incipit del cantico di ringraziamento della Vergine a Dio, ispirato dalla scelta del suo grembo come veicolo di incarnazione divina. L’episodio si colloca durante la visita di Maria a sua sorella Santa Elisabetta, madre del Battista, a cui fa riferimento il testo sulla seconda pagina del libro raffigurato da Botticelli, attribuito da San Luca a Zaccaria. Questo è il tradizionale Benedictus – o cantico di Zaccaria –   che il marito di Elisabetta e padre di Giovanni dedica a Dio per ringraziarlo della sua magnifica clemenza e della benedizione dell’inaspettata paternità.


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