“Una sciagura, conviviamo con la paura. Dal 1982 non sappiamo cosa abbiamo respirato e continuiamo ad essere esposti alle sostanze tossiche”. E’ il racconto di uno dei residenti della “palazzina della morte” a Japigia, in cui 21 coinquilini avrebbero contratto tumori causati dall’inquinamento a causa dei continui roghi della ex discarica comunale di via Caldarola, dismessa e bonificata ormai da 30 anni. Le indagini della Procura di Bari si sono concluse con una richiesta di archiviazione perché è trascorso troppo tempo da fatti. Ma l’avvocato Michele Laforgia, in conferenza stampa, ribadisce la necessità di accertare motivazioni e responsabilità per una questione di stretta attualità”.

“Le malattie si stanno ancora verificando – spiega Laforgia – perché è stato costruito un palazzo di edilizia popolare in una zona evidentemente insalubre. Nessuno ha fatto un accertamento, ci deve essere una indagine epidemiologica in modo da constatare se ci sono altri casi anche tra chi ha frequentato le scuole o per altri cittadini del quartiere”.

“Quando entrai in quella casa baciai i muri, venivo da uno sfratto, da un trauma, ma quei muri avevano il veleno dentro. Antonio Magliocchi è uno dei residenti della palazzina di via Archimede 16, padre di una delle 21 persone colpite da un tumore a causa, stando agli accertamenti della Procura di Bari, di vecchi roghi nella ex discarica comunale del quartiere Japigia. Sua figlia Licia, portavoce del Comitato «Archimede 16» che si è opposto alla richiesta di archiviazione della magistratura barese, chiede ora “tutela per le persone che non si sono ammalate”. “Ora dobbiamo cercare di prevenire altre patologie, fare diagnosi precoci. I residenti – dice – hanno paura di ammalarsi”. Il padre Antonio ha raccontato la loro storia, da quando alla sua famiglia fu assegnata la casa popolare in quella palazzina nel 1982. “La sera vedevamo le fiammelle che emergevano dalla montagnola di rifiuti e sentivamo odori strani che arrivavano col vento”, ricorda. Anni dopo la bonifica, fatta negli anni Novanta, sono arrivati i tumori tra i residenti, quasi in tutte le famiglie. Ventuno casi, molti deceduti. “Questa è una carneficina, abbiamo paura, non sappiamo cosa abbiamo respirato, cosa abbiamo ingoiato. E quando è cominciata l’indagine abbiamo contribuito ciascuno con la propria sciagura”. Michele Paloscia, un altro residente di via Archimede, padre di un altro dei 21, vorrebbe “andare via, non si può vivere più in quella palazzina, ho visto un sacco di persone morire accanto a me”.

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