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Calano le denunce di infortunio sul lavoro, ma aumentano quelle per i casi mortali. E’ quanto emerso dagli ultimi dati raccolti da INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro). A gennaio 2020, infatti, le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’istituto sono state del -3% rispetto a gennaio 2019, contando nel dettaglio 46.483 denunce. Di contro però sono aumentate di gran lunga le denunce riguardanti gli incidenti con esito mortale.

Nei primi due mesi del 2020 sono state 52 nel dettaglio, +18,2% rispetto all’anno scorso. Nello specifico, mentre le denunce di infortunio sono diminuite di oltre 1.400 casi rispetto al 2019, ci sono otto famiglie in più, rispetto all’anno scorso, che piangono la perdita di un loro familiare.

La sicurezza nell’ambiente lavorativo è una piaga quotidiana che, nel corso degli anni ha fatto molto discutere e riflettere, i dati però, nonostante tutto, risultano ancora allarmanti. Proprio negli scorsi giorni hanno perso la vita quattro lavoratori, di cui uno di soli sedici anni, in Trentino Alto Adige, portando a 83 il numero delle vittime del 2020.  Un numero altissimo se si considera che il 2020 è iniziato da appena due mesi e che già, per statistica, offre uno scenario disarmante in merito: più di tre morti al giorno per infortunio sul lavoro. Ma andiamo per gradi. Rispetto al 2018, gli infortuni sul lavoro hanno subito nuovamente un leggero calo, ma il numero, sebbene positivo, non porta comunque i risultati sotto il minimo registrato nel 2015 (anno in cui gli incidenti sul lavoro erano aumentati). A preoccupare però è l’aumento di infortuni che hanno portato alla morte, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di questi, va specificato, meno del 60% sono avvenuti sul posto di lavoro, mentre i rimanenti fuori dall’azienda – di cui trentacinque casi ancora in fase di accertamento.

Ad aumentare sono anche le denunce di malattia professionale (in aumento del 2,6% rispetto al 2017), delle quali, la causa professionale è stata riconosciuta effettiva però meno di una volta ogni tre. Millequattrocento sono i lavoratori con malattia legati all’amianto, di questi, 1.177 i deceduti, in calo del 16% rispetto al 2017 , numeri all’interno dei quali, va sottolineato, ci sono 257 ammalati per silicosi o asbestosi. Le denunce di infortunio, nello specifico, riguardano età di mezzo o leggermente avanzate, e inoltre, molto più spesso gli uomini che le donne. 415mila contro i 230mila, un dato che però va collegato al numero di donne sul lavoro, ancora in netta minoranza, in quanto due persone su tre sono spesso di sesso maschile. Importante anche il dato riguardante gli incidenti sul lavoro per i giovani dai 15 ai 24 anni, che risultano maggiormente frequenti rispetto a lavoratori di età avanzate.

Per quanto riguarda gli incidenti mortali essi si sono verificati più spesso sul luogo di lavoro. Ad essere più pericoloso è il campo delle costruzioni che conta 146 morti, subito dopo si piazzano trasporto e magazzinaggio che ne hanno contati 122. Anche le attività manifatturiere, considerate nel loro complesso, hanno portato ad un alto numero di morti, 112 per l’esattezza. Ad essere alto è anche il rischio dei lavoratori stranieri, coinvolti in circa il 18% dei decessi. I cittadini stranieri sono estremamente esposti al rischio. Va considerato che, a lavorare con cittadinanza non italiana, sono circa due milioni e mezzo di persone da confrontare con le 20,7 milioni italiane, rendendo dunque l’incidenza mortale per i non nativi elevatissima, soprattutto nei settori più a rischio, all’interno nei quali, sono molte di più le persone straniere contro gli italiani che occupano, stando il rapporto, con maggior frequenza, posti meno pericolosi dal punto di vista della sicurezza. Anche in questo caso i dati parlano chiaro: la maggiore presenza degli uomini è netta rispetto alle donne, tanto da portare a 90% la percentuale dei numeri di decesso.

Per quanto riguarda i numeri dei giovani, dai 15 ai 24 anni,  gli incidenti del lavoro sono più frequenti rispetto a quelli delle persone di mezza età, ovvero dai 45 ai 54 anni. Si riduce drasticamente la differenza di morti sul lavoro che vede 332 decessi per la fascia 45-54 contro i 63 dei giovani. Differenza che, sebbene vada commisurata al numero dei lavoratori che vede meno giovani sui posti di lavoro, evidenzia quanto il rischio per questi ultimi sia maggiore in termini di rapporti numerici. Sono da considerare però, all’interno della statistica e dei casi denunciati, anche le situazioni intermedie, ovvero quelle situazioni in cui non ci sono state gravi conseguenze. Tra i casi accertati circa il 15% ha avuto conseguenze più gravi e a lungo termine, tra questi invalidità permanente. Resta però alto il numero di persone che hanno subito gravissime conseguenze, tra cui lesioni permanenti o la morte.

Il dato positivo però è che, rispetto a due anni fa, sono diminuiti gli infortuni accertati con conseguenze a lungo termine, tra cui serie menomazioni, nello specifico quindicimila in meno in confronto al biennio passato. Anche in merito ai decessi dovuti a malattie professionali ci sono dati positivi, molte delle malattie, a cominciare dai tumori, risultano infatti in calo. Da 1.357 casi si è passati a 989. I dati sono positivi anche per le malattie del sistema nervoso e respiratorio, oltre che dell’orecchio. Minore è il miglioramento per quanto riguarda le malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo che restano, di fatto, i casi più frequenti contando 14.543 persone colpite. In generale, il dato positivo però è dovuto anche al divieto di utilizzo di materiali come amianto e fibra, nocivi per la salute, che ha ridotto in maniera evidente la possibilità di contatto e dunque di rischio.


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