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Su 77mila aziende attive in Puglia nel settore agricolo, solo 1.189 sono iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità, il network che si batte contro lo sfruttamento lavorativo e il caporalato. “Alle aziende agricole della Puglia non piace il ReLAQ”, commenta, infatti, segretario generale della Flai Cgil Puglia, Antonio Gagliardi, che precisa che gli iscritti alla rete sono solo 219 in più rispetto allo scorso anno.

“La nostra regione, con 77mila aziende agricole attive (10,4% del totale nazionale) è seconda solo alla Sicilia – racconta – A testimoniare la rilevanza del settore per la nostra economia e allo stesso tempo la scarsa considerazione che arriva dal mondo produttivo alle pratiche di contrasto dello sfruttamento del lavoro”. Per questa ragione, il sindacato auspica che le rappresentanze datoriali spendano una parola su tale fenomeno che, spiegano, “danneggia le imprese che rispettano le leggi, offende la dignità delle persone e costringe a un lavoro massacrante che mina la salute di uomini e donne, in qualche caso fino alle estreme conseguenze”.

Il segretario generale del sindacato manifesta, in effetti, scetticismo sull’effettiva efficacia dell’ordinanza firmata proprio lo scorso sabato, sul tema, dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano: “Non avrà alcun effetto – racconta con rammarico – Anzi, sappiamo che alcune imprese si stanno già organizzando anticipando l’orario di inizio lavoro per poter contare sempre su almeno otto ore di lavoro, quando il contratto ne prevede 6 e mezza al giorno. E mentre accade tutto questo ancora una volta emerge il silenzio assordante da parte delle imprese”.

Tra le imprese agricole pugliesi iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità, secondo l’ultimo report dell’Inps datato giugno 2021, 707 sono le aziende baresi. Segue Foggia con 378, Taranto con 78, Bat 16 e, fanalino di coda Brindisi e Lecce rispettivamente con 5 aziende iscritte. “Evidentemente, non c’è la volontà o non esiste la condizione oggettiva per essere ammessi nella ReLAQ – spiegano i referenti Flai Cgil Puglia – infatti, per aderire bisogna possedere uno status adeguato in termini di applicazioni contrattuali e di legge: dignità da riconoscere ai lavoratori attraverso il giusto salario contrattuale e una reale presa di distanza dai fenomeni di sfruttamento e dal caporalato, che ancora oggi vediamo essere alimentato”.

Intanto, la stagione delle grandi raccolte si è aperta con le ennesime inchieste che svelano intermediazione illegale e sfruttamento, soprattutto a danno di lavoratori stranieri dove le condizioni di bisogno li costringe ad essere ridotti alle soglie della schiavitù. E per assurdo si riducono i controlli: “Il rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro del 2020 ci consegna un’attività ispettiva in decremento a causa di una riduzione costante di ispettori e un aumento delle irregolarità aziendali: si è passati da un tasso di irregolarità del 2019 pari al 55% ad un valore del 58,6% del 2020”.

Anche sul fronte della regolarizzazione dei rapporti di lavoro introdotto dal Decreto Rilancio i risultati non sono stati degni di nota. “In Puglia sono state presentate 2880 domande di regolarizzazione per rapporto di lavoro subordinato in agricoltura e settori affini, 1312 delle quali solo nella provincia di Foggia. Territorio dove impera l’irregolarità che l’attività repressiva della legge 199 mette sempre più in luce”.

Quanto alle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità, tutte insediate nelle 6 province della Puglia, unico caso nel panorama nazionale, “queste attendono di essere messe nelle condizioni di lavorare secondo quanto prescritto dalla norma. Il sindacato è pronto a fare la propria parte; le associazioni datoriali? Stanno dalla parte delle legalità o dalla parte degli sfruttatori?”.


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