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Bari e la decadenza delle botteghe storiche. “Devono essere aiutate per competere da armi pari”

La proposta del Partito Liberaldemocratico: "Meno tasse e istituzione di un Albo comunale"

Pubblicato da: Adalisa Mei | Mar, 17 Febbraio 2026 - 09:49
rossella

Rossella, la boutique in corso Sonnino, è solo l’ultima, in ordine alfabetico, delle botteghe storiche baresi che lascia un vuoto commerciale, ma anche simbolico nella città. L’attività dopo aver servito per quasi 50 anni i propri clienti e dopo aver scandito per decenni la vita dei quartiere dice basta.  Del resto per molti negozianti tenersi stretta la propria attività sta diventando una corsa a ostacoli e il rischio di chiudere è dietro l’angolo.

E Bari continua a perdere punti di riferimento. E’ da tempo che è manifesto lo spettro del depauperamento dei negozi di vicinato nel quartiere, con la perdita di punti di riferimento, servizi, legami sociali. Accanto alla storia di Rossella, che abbasserà le saracinesche definitivamente a fine marzo, ci sono altri nomi di famiglie del commercio barese, che stanno scomparendo dalle insegne: Cima e Asselta, hanno lasciato il passo alle nuove realtà dei marchi internazionali. Storie diverse, per tempi e percorsi, ma che finiscono per incrociarsi nello stesso momento e nello stesso luogo: un centro storico che perde botteghe storiche e volti conosciuti, mentre il commercio di prossimità continua a fare i conti con passaggi generazionali sempre più difficili e con la fatica a restare aperte.

Come ormai una rinomata capitale del lusso, Bari si appresta ad accogliere marchi dal profumo tutto internazionale. Marras, Ysl, Victoria’s Secret segnale che per i brand di lusso investire nel capoluogo pugliese è ormai diventato strategico. L’epoca d’oro del turismo fa gola a tanti, la città è diventata quindi un richiamo irresistibile per l’extralusso, così come per il food. Bari è ormai un polo attrattivo per investimenti e investitori di primo piano; il territorio sta diventando, o forse lo è già diventato, una vetrina prestigiosa. Marchi con i quali le botteghe storiche difficilmente riescono a competere con i big.

L’arrivo di brand internazionali che si aggiungono, tra l’altro, alle numerose aperture di attività di ristorazione (soprattutto in via Argiro) rendono paghi di una attrattività della città metropolitana di Bari, intesa ormai come capitale turistica. C’è una presenza forte di stranieri e di turisti. E così in via Sparano si concentrano boutique di alta moda, flagship store internazionali e marchi di lusso. Ma c’è un altro aspetto che non deve essere sottovalutato: questi nuovi ingressi stanno cambiando, alcuni preferiscono dire “trasfigurando” il centro. Con la conseguente perdita della identità culturale, sociologica e storica, ma soprattutto di quelle boutique, rappresentative del substrato economico che ha strutturato Bari negli anni ’80, ’90 fino ai 2000.

“La progressiva chiusura dei negozi di quartiere a Bari non è solo un problema economico, ma un fenomeno di desertificazione urbana che incide su sicurezza, servizi e qualità della vita. Meno botteghe significa meno presìdi sociali, meno identità nei quartieri e più spazi sfitti – chiarisce quindi Giuseppe Muscio, segretario provinciale del partito liberaldemocratico Bari.

Bari  – continua – dispone già di uno strumento importante come il Distretto Urbano del Commercio (DUC), che negli ultimi anni ha promosso iniziative di sostegno e animazione commerciale. Ora è necessario compiere un salto di qualità, rendendo queste politiche più strutturali, mirate e misurabili”.

La proposta del Partito Liberaldemocratico si articola quindi in quattro punti principali: Fondamentale è l’istituzione di un albo comunale delle attività di prossimità e delle botteghe storiche, con accesso a benefici in cambio di impegni concreti su apertura, decoro e servizio alla comunità. Non di meno importanza sarebbe la detassazione locale mirata e sostenibile (su Tari, Imu e occupazione suolo, …), attraverso riduzioni del Canone Unico e agevolazioni amministrative per chi contribuisce alla vitalità urbana. Non sussidi a pioggia, ma incentivi condizionati a risultati verificabili.

Fondo “Vetrine e Quartieri Vivi”, per finanziare interventi leggeri ma ad alto impatto: riqualificazione delle vetrine, miglioramento dell’illuminazione, accessibilità e sicurezza passiva. Per ultimo, ma non per importanza, un patto con i proprietari degli immobili commerciali, per ridurre lo sfitto e favorire l’insediamento di attività di qualità nei quartieri più fragili a fronte di beneficio fiscale. Il tutto con un sistema di monitoraggio pubblico: numero di negozi attivi, tasso di sfitto, durata delle attività incentivate.

In Puglia la trasformazione commerciale presenta numeri più preoccupanti rispetto alla media nazionale. Tra il 2011 e il 2025 la regione ha perso il 14,5% dei punti vendita e la superficie commerciale complessiva è diminuita del 2,2%, confermando un arretramento dei servizi sul territorio. La tendenza evidenzia come in alcune aree del Sud stia aumentando la desertificazione commerciale: già oltre 1.100 comuni italiani non hanno un negozio alimentare specializzato e più di 500 non possiedono nemmeno un minimarket.

 

foto Facebook

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