Una mattinata di spesa in famiglia trasformata in un’esperienza profondamente ingiusta. È quanto accaduto nella mattinata del 5 settembre, intorno alle ore 12, presso un punto vendita del centro commerciale di Santa Caterina. A denunciarlo pubblicamente è Mariarosa, madre del piccolo Mattia, un bambino con disabilità tutelato dalla legge. La colpa del piccolo? Quella di avere una disabilità non immediatamente visibile all’occhio umano e di non trovarsi su una sedia a rotelle. Giunta alla cassa 1, esplicitamente indicata come prioritaria insieme al suo compagno e ai suoi due figli di cui una nel passeggino, Mariarosa si è rivolta direttamente alla cassiera mostrando la disability card istituzionale per chiedere il diritto di precedenza per il figlio. Da quel momento è iniziato un cortocircuito burocratico e comunicativo surreale. La cassiera si è rifiutata di visionare il documento sollevando una presunta questione di “privacy”, spiegando poi che, non essendo il bambino in carrozzina, la priorità non scattava in automatico. La soluzione proposta dal personale? Chiedere singolarmente il permesso di passare alle persone in fila, trasformando un diritto legittimo in una situazione umiliante rimessa alla bontà dei presenti. La stessa cassiera si è quindi rivolta al signore che in quel momento era in procinto di essere servito, chiedendogli se fosse disposto a lasciarli passare, ricevendo un rifiuto poiché il cliente ha dichiarato di avere anch’egli una condizione di priorità.
La dipendente ha inoltre fatto presente che, secondo quanto riportato sulla segnaletica, la precedenza sarebbe prevista solo per donne in evidente stato di gravidanza e persone in carrozzina. Davanti alle proteste della madre, che ha lasciato temporaneamente la famiglia in fila per chiedere spiegazioni, un responsabile del punto vendita ha successivamente difeso l’operato della struttura, parlando di un “regolamento interno” che esclude chi non ha ausili visibili. Durante il confronto è stato inoltre fatto l’esempio di persone che possano avere un solo rene o aver subito interventi chirurgici, sostenendo sostanzialmente che, se chiunque mostrasse un cartellino dovesse avere la precedenza, non sarebbe possibile far passare tutti. Un paradosso clamoroso: la disability card viene ignorata in nome della privacy, ma lo staff del supermercato si arroga il diritto di stabilire visivamente chi sia “abbastanza disabile” e chi no. Solo il tempestivo e umano intervento di Marianna, un’addetta alla vigilanza, ha permesso alla famiglia di pagare rapidamente alle casse veloci, evitando che la crisi di Mattia – provato da caldo, rumore e attesa – peggiorasse. Per questo motivo, profondamente indignata da quanto vissuto, la signora Mariarosa ha già provveduto a inviare una formale segnalazione tramite Pec al punto vendita per informare ufficialmente i vertici della cooperativa sull’accaduto e pretendere risposte chiare.
Sul caso è intervenuto anche Vito Spadavecchia, presidente dell’associazione Il mito di Efesto aps, che ha sottolineato la gravità culturale del problema: “È proprio per questi accadimenti che la nostra associazione ha promosso a Bari il progetto “Bari città amica dell’autismo”, facendo sottoscrivere un protocollo d’intesa al Comune di Bari e alla Asl Bari. L’obiettivo – spiega – è avviare un percorso di formazione rivolto agli operatori pubblici e privati della città, per imparare a riconoscere e comprendere le persone con disturbo dello spettro autistico. I loro comportamenti, a volte percepiti come bizzarri, sono in realtà strategie per compensare il loro modo unico di percepire il mondo. Quanto accaduto nel centro commerciale dimostra come alcune disabilità, come quelle intellettive e relazionali tipiche dell’autismo, siano ancora disabilità invisibili. Con questo progetto cercheremo di creare maggiore consapevolezza sull’autismo nella nostra città, per renderla realmente autism-friendly”.
L’episodio solleva un problema enorme che va ben oltre il singolo punto vendita: la gestione delle disabilità invisibili (psichiche, intellettive, sensoriali o motorie non apparenti). Il quadro normativo parla chiaro. L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce il principio di uguaglianza, mentre la Legge 104/1992 tutela la dignità e l’autonomia delle persone con disabilità. La Legge 67/2006 contro le discriminazioni garantisce parità di trattamento, supportata dalla Convenzione ONU ratificata con Legge 18/2009. Inoltre, il recentissimo D.Lgs. 3 maggio 2024, n. 62, nell’ambito della riforma della disciplina della disabilità, ha ulteriormente rafforzato un approccio che non identifica la disabilità esclusivamente con una condizione esteriormente visibile, introducendo il principio dell’accomodamento ragionevole. A tutto ciò si aggiungono gli stessi principi dichiarati dal centro commerciale nel proprio codice etico, nel quale si impegna a garantire pari opportunità e ad evitare ogni forma di discriminazione.
“Non sto sostenendo che una cassa prioritaria debba essere priva di regole – precisa Mariarosa –. Sto chiedendo, invece, che tali regole siano scritte, chiare, conoscibili, uniformemente applicate e basate su criteri oggettivi”. Alla luce di ciò, vengono rivolti formalmente al punto vendita del centro commerciale undici quesiti: si chiede di comunicare quale sia la procedura applicata alle casse 1 e 7 e se essa escluda davvero chi non è in carrozzina; di trasmettere copia del regolamento interno richiamato dal responsabile; di chiarire quali siano i criteri oggettivi adottati per le disabilità non immediatamente visibili e se la procedura preveda davvero di dover chiedere il consenso ai clienti in fila; di spiegare su quale disposizione la richiesta sia stata subordinata alla volontà della clientela; di chiarire per quale ragione sia stato riferito che il personale non potrebbe visionare la disability card per motivi di privacy; di spiegare se il personale sia autorizzato a fare distinzioni basate sulla sola osservazione esteriore; di chiarire se il punto vendita ritenga conforme ai propri principi etici utilizzare la carrozzina come criterio discriminante e, infine, di indicare dove siano consultabili per il pubblico tali procedure.
Mariarosa tiene a ribadire che la contestazione non riguarda indistintamente tutto il personale: resta infatti fermo il profondo apprezzamento nei confronti di Marianna, l’addetta alla vigilanza che ha gestito la situazione con straordinaria sensibilità e disponibilità concreta. La denuncia punta il dito esclusivamente contro la gestione della cassa del punto vendita e i criteri discriminatori confermati dal responsabile del punto d’ascolto.