Ci sono artisti che raccontano storie e altri che sembrano trascinarci direttamente al loro interno. Mannarino appartiene alla seconda categoria. Nelle sue canzoni convivono periferie, amori storti, ultimi, ribelli, viaggiatori, donne, popoli e personaggi che sembrano usciti da una favola popolare raccontata dopo mezzanotte. Il tutto accompagnato da una musica difficile da rinchiudere in un solo genere, capace di attraversare folk, cantautorato, ritmi mediterranei e sonorità provenienti da altre parti del mondo. La canzone da ascoltare durante la lettura? “Me so’ mbriacato”, probabilmente una delle porte d’ingresso migliori nel suo universo: una dichiarazione d’amore viscerale e popolare, diventata negli anni uno dei brani più riconoscibili del cantautore romano.
Dalle notti romane al “Bar della rabbia”
Alessandro Mannarino nasce a Roma il 23 agosto 1979 e cresce nel quartiere di San Basilio. La sua storia musicale comincia nei primi anni duemila e non esattamente attraverso il percorso classico del cantautore chitarra e microfono: nel rione Monti porta infatti in scena spettacoli a metà strada tra DJ set e concerto acustico. Nel 2006 fonda la Kampina, formazione di sei elementi, mentre parallelamente entra in contatto con il mondo del teatro e collabora con artisti come Ascanio Celestini, David Riondino e Massimiliano Bruno. Proprio durante uno spettacolo all’Ambra Jovinelli viene notato da Serena Dandini, che lo porta per tre stagioni a Parla con me. La svolta discografica arriva nel 2009 con “Bar della rabbia”. Il debutto contiene già molti degli elementi che diventeranno caratteristici della sua scrittura: personaggi ai margini, ironia, malinconia, vita di strada e una Roma che non è cartolina, ma umanità. L’album gli vale il Premio Giorgio Gaber e la finale alla Targa Tenco per l’opera prima. Nello stesso anno arriva anche sul palco del Concerto del Primo Maggio. Ed è proprio da questo disco che arriva “Me so’ mbriacato”, destinata a diventare una delle canzoni simbolo della sua carriera.
“Supersantos” e le storie di un cantautore popolare
Nel 2011 arriva “Supersantos”, secondo album che consolida definitivamente il suo percorso. Persino il titolo sembra evocare qualcosa di profondamente italiano, il celebre pallone arancione delle partite improvvisate nei cortili e nelle strade. Dentro c’è anche “Vivere la vita”, composta in occasione della collaborazione con l’artista Valerio Berruti e affidata alla voce di un bambino. Una canzone apparentemente semplice che affronta invece uno dei temi ricorrenti nella musica di Mannarino: cosa significhi realmente vivere, al di là delle convenzioni e delle aspettative. Nel 2012 la Siae lo premia come Miglior giovane compositore italiano. Ma Mannarino continua a muoversi anche fuori dai confini della musica tradizionalmente intesa, lavora per il cinema, porta i suoi brani in teatro e arriva negli Stati Uniti e in Canada con concerti a New York, Miami e Montréal.
Amore, ultimi e diritti: quando una canzone diventa denuncia
La musica di Mannarino può essere romantica, surreale e persino divertente, ma sotto la superficie conserva spesso una forte dimensione sociale. Con “Al monte”, pubblicato nel 2014, il cantautore porta avanti questa ricerca. Il disco arriva fino al terzo posto della classifica italiana e gli vale il riconoscimento del MEI come miglior artista indipendente dell’anno. Tra i brani più significativi c’è “Scendi giù”, con cui nel 2015 riceve il Premio Amnesty International Italia per il miglior testo sui diritti umani pubblicato nell’anno precedente. Ed è qui che emerge una delle caratteristiche più interessanti della sua scrittura: Mannarino racconta spesso chi resta fuori dall’inquadratura. Gli emarginati, chi attraversa confini, chi non possiede nulla, chi ama senza seguire le regole stabilite dagli altri.
“Apriti cielo”: il successo diventa enorme
Il salto successivo arriva nel 2017 con “Apriti cielo”. L’omonimo singolo raggiunge immediatamente la vetta della Viral50 italiana di Spotify, mentre l’album debutta direttamente al primo posto della classifica FIMI. Anche i concerti cambiano dimensione, il tour registra due PalaLottomatica esauriti e date multiple in città come Milano, Torino e Bologna. Nel giro di poco più di un anno il pubblico dei suoi live supera complessivamente quota 150mila presenze. Ma il successo non cancella l’anima politica e sociale del progetto. Durante il grande concerto conclusivo del 2018 a Roma, Mannarino invita sul palco oltre quaranta migranti del Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta. Compare uno striscione che riprende uno dei versi più significativi di Apriti cielo: “Apriti mare e lasciali passare”.
Dal Mediterraneo all’America Latina: il mondo entra nella musica
Con “V”, pubblicato nel 2021, l’orizzonte musicale si allarga ancora. L’album viene registrato tra Roma, New York, Rio de Janeiro, Città del Messico e Los Angeles e vede Mannarino lavorare con musicisti e produttori internazionali. Brani come “Africa” e “Cantaré” mostrano ancora più chiaramente una musica che vuole attraversare frontiere anziché costruirle. Ritmi latinoamericani, suggestioni africane e radici mediterranee entrano nello stesso universo sonoro. È forse questa una delle chiavi migliori per capire Mannarino: Roma rimane il punto di partenza, ma non è mai il confine. Cinque anni dopo V, Mannarino apre un nuovo capitolo. Nel marzo 2026 pubblica “Ciao”, singolo che anticipa il sesto album di inediti “Primo amore”, uscito l’8 maggio. Un nuovo tassello in una discografia iniziata nel 2009 e costruita senza inseguire troppo le mode del momento: Bar della rabbia, Supersantos, Al monte, Apriti cielo, V e infine Primo amore.
Curiosità, non solo musica
Mannarino ha incrociato spesso altri linguaggi artistici. Ha composto musiche per il cinema, vincendo insieme a Tony Brundo il Magna Grecia Film Festival per la colonna sonora di “Tutti contro tutti”, ed è comparso anche come attore al cinema e in televisione, persino in un episodio di “Boris”. Nel 2019 ha inoltre ricevuto il primo Premio Gabriella Ferri, un riconoscimento particolarmente significativo considerando quanto la tradizione popolare romana abbia dialogato con la sua musica. Nel gennaio 2020 è arrivato anche a Parigi per esibirsi durante una serata al Musée d’Orsay. La sua storia, del resto, nasce proprio dall’incontro tra linguaggi differenti: musica, teatro, racconto popolare, poesia e impegno civile.
Il cantastorie che continua a cercare altrove
Chiamarlo semplicemente cantautore rischia quindi di essere riduttivo. Mannarino è soprattutto un narratore. Uno che prende personaggi apparentemente piccoli e li trasforma nei protagonisti di storie universali. Nei suoi dischi c’è Roma, ma c’è anche il Sud del mondo. C’è la rabbia e c’è la festa. Ci sono l’amore, la libertà, le migrazioni, la solitudine e il bisogno quasi ostinato di cercare un modo diverso di stare al mondo. E forse è proprio per questo che, dopo più di quindici anni dal suo esordio discografico, le sue canzoni continuano ad avere qualcosa di immediatamente riconoscibile: sembrano storie antiche raccontate con parole contemporanee.