Per chi vive in città il mare è quasi sempre quello che si guarda dal lungomare, ma bastano pochi passi verso i moli e le banchine per trovarne un altro, fatto di lenze, reti e mestieri. È un mare che pesa sull’economia più di quanto si pensi: secondo il report Economia del Mare – Regione Puglia 2025 di Ossermare, la provincia di Bari genera il 40% del valore aggiunto diretto dell’economia blu regionale, circa 1,7 miliardi di euro, davanti a Lecce, che si ferma al 22%. La fetta più grande della blu economy pugliese, però, non arriva dalla pesca: il 44,1% del valore aggiunto regionale viene da alloggio e ristorazione, mentre la filiera ittica pesa il 10,4%.
Proprio la pesca, in Puglia, fattura complessivamente circa 225 milioni di euro l’anno tra pesca e acquacoltura, con una flotta di oltre 1.450 battelli, il 12,3% del totale nazionale. Il compartimento marittimo di Bari è storicamente una delle quote più rilevanti, insieme a Manfredonia e Taranto. Nel barese, secondo i dati diffusi dalla stampa di settore, una sola realtà della distribuzione ittica di Torre a Mare movimenta circa 3 milioni di chili di prodotto l’anno, tra locale e importato, con un fatturato intorno ai 18 milioni di euro. Accanto alla flotta d’altura resiste poi la piccola pesca artigianale, che rifornisce i mercati storici, mentre una parte del fatturato dell’area viene anche dalla lavorazione, dalla depurazione e dal commercio dei molluschi, a partire dalle cozze.
È un settore che ogni anno si ferma. Quest’anno la pesca a strascico è rimasta ferma da Ferragosto al 25 settembre per circa 200 pescherecci del compartimento che va da Molfetta a Monopoli, passando per Giovinazzo, Santo Spirito, Torre a Mare e Mola di Bari. In tutta la Puglia le barche a strascico sono 500. Gli operatori hanno continuato a considerare lo stop «troppo lungo» e collocato nel «periodo sbagliato». Sui conti delle imprese pesano anche il gasolio, intorno a 1,20 euro al litro, e il mare molto caldo, che incide sulle quantità pescate per l’azione delle specie aliene e della mucillagine. Il fermo biologico ha uno scopo preciso, tutelare il ripopolamento della fauna marina dell’Adriatico, ma riduce per forza di cose i volumi di cattura dell’anno.
C’è infine un mare che non genera fatturato ma frequentazione, quello di chi pesca dalla riva con la canna. Si parla del porto soprattutto per le gare FIPSAS al Molo Pizzoli o sulla diga foranea, un’immagine che lo fa sembrare grande e riservato a pochi. Chi lo frequenta racconta altro: con la bolognese, l’inglese e la canna fissa si insidiano spigole, orate, cefali, occhiate e salpe in più punti. Il molo San Cataldo, riparato dai venti da nord, ha fondali di 3-4 metri e un’ampia zona di parcheggio. Il molo Sant’Antonio, a Bari Vecchia, a due passi da Piazza del Ferrarese, si raggiunge direttamente in auto e sul lato rivolto alla città i fondali sono di circa 4 metri. A fine estate e in autunno si affacciano anche saraghetti e boghe.
Fuori dal porto cittadino ci sono gli scali minori. A Santo Spirito il porticciolo è chiuso da due moli piccoli, uno a est e uno a ovest, e si pescano spigole, mormore e cefali. A Torre a Mare, dove accanto alla pesca ci sono ristoranti e una passeggiata, si consiglia il lato esterno del molo, verso il mare aperto, in acque limpide e con poca pressione di pesca. Non tutti gli spot sono rimasti accessibili. Marisabella ospitava gare FIPSAS dalla primavera all’autunno inoltrato ed era famoso per i cefali di grandi dimensioni, ma oggi la pesca è interdetta e l’accesso è limitato per lavori.