Il problema dell’equilibrio ambientale è certamente al centro delle mie riflessioni e della mia critica all’attuale modello di sviluppo, come possono confermare coloro che conoscono la mia storia di militanza politica ed intellettuale.

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Di fronte al quesito referendario del 17 Aprile prossimo che vorrebbe abrogare la proroga delle concessioni ad estrarre gas o petrolio da piattaforme che si trovano entro 12 miglia dalla costa, il mio orientamento è in linea di massima favorevole e con molta probabilitá andrei alle urne confermando con un SI il mio voto sulla scheda.

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Tuttavia, non nascondo un forte senso di disagio ed estraneitá nei confronti di buona parte dei promotori e sostenitori del SI nella battaglia referendaria, poiché la cultura politica della quale essi si fanno portatori, sotto il vessillo dell’ecologia e della difesa dell’ambiente, si presta spesso a mistificazioni ideologiche.

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Innanzitutto vorrei sottolineare quanto la critica del rapporto uomo/natura da parte di molti movimenti in difesa dell’ambiente, compresi quelli del referendum, continui ad arroccarsi sempre piú nella forma ingenua della negazione, sia a livello locale che quello globale: NO-TAV, NO-TAP, NO-TRIV, NO-TTIP etc.

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Ora, se vogliamo rapportarci al mondo che ci circonda in maniera più matura di come fanno gli infanti, dobbiamo cominciare col prendere atto che la semplice negazione non crea in sé nulla di positivo, a meno che esista giá una situazione “naturalmente” positiva sottostante a ció a cui si toglie. Se togliamo le trivelle per l’estrazione del petrolio, ma non sappiamo nulla del problema energetico e di come far fronte ad esso nei prossimi decenni cercando di mantenere intatto l’equilibrio ambientale, ovvero se fantastichiamo su un valore della naturache sia al di sopra degli esseri umani per come quest’ultimi si sono venuti a formare nella storia, è inevitabile il rischio di procedere in modo pesantemente distruttivo.

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La veritá è che la natura puó assumere un valore soltanto quando è umanizzata. Lo tsunami che ha devastato con la forza del mare la costa del Giappone, facendo vittime migliaia di esseri umani, in quanto fenomeno naturale non si può dire se esso sia un bene od un male in sé. La natura non è dunque depositaria di valori ma è l’essere umano che ci si rapporta ad essa cercando di evitare i suoi effetti distruttivi per sé e per l’equilibrio dell’ambiente stesso che lo circonda.

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Questa mistificazione ideologica sul rapporto uomo/natura da parte dell’ecologia assume oggi diverse declinazioni: come pretesto per oscurantismi anti-scientifici che promuovono visioni premoderne facendo appello alla fantasia di un’unitá immediata tra l’uomo e la natura (si pensi ai movimenti contro i vaccini, quelli per la salvaguardia degli ulivi infettati dalla Xylella, o ad alcuni orientamenti culturali come la decrescita); come nuova forma di colonizzazione da parte del mondo occidentale benestante sui paesi del Terzo Mondo in via di industrializzazione (sventolando la minaccia dei disastri ambientali, come ad esempio la distruzione delle foreste pluviali in Amazonia, l’ecologia diventa in realtá l’altra faccia della medaglia dello sfruttamento capitalista da parte dei paesi occidentali); o come atteggiamento etico da parte della sinistra comunitarista (riciclaggio, acquisto di prodotti biologici, aziende ecologicamente compatibili, etc. come se questo giustificasse lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale)

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Dunque, che il mio orientamento culturale faccia spesso a pugni con quello di molti movimenti per la difesa dell’ambiente e con buona parte dei sostenitori per il SI nella battaglia per il referendum sulle trivelle, spero sia sufficientemente chiaro.

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Ma a questa riserva vorrei aggiungere un altro elemento chiave che, a mio avviso, rende l’insieme coerente ed ancor più estraneo al mio pensiero.

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Al contrario di quello che sostengono i propugnatori della democrazia referendaria, io penso che la scelta del referendum per la questione delle trivellazioni in mare, insieme al dibattito che in queste ultime settimane attorno ad esso si sta scatenando sui media, certifichino la tendenza a neutralizzare la politica, l’unica dimensione nella quale poter elaborare visioni ed azioni collettive. (Non è un caso che la parvenza delle opposte visioni tra partiti e movimenti scompare del tutto con la campagna referendaria per il SI, ovvero la scelta dell’astensione da parte di un non-partito come il PD  diventa non soltanto coerente ma inevitabile!)

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A mio avviso, il tentativo di stabilire uno presudo-rapporto diretto tra il cittadino e la legge si accompagna necessariamente alla progressiva cancellazione dei corpi intermedi e degli attori collettivi, come ad esempio i partiti.  Questa tendenza all’atomizzazione della vita sociale, nella quale trova terreno fertile l’agire politico di buona parte della sinistra post-moderna, è con ogni evidenza subalterna al liberismo, il quale considera i corpi intermedi, come i partiti, i sindacati ed ogni altra organizzazione per la difesa degli interessi più deboli, un ostacolo al funzionamento e all’efficienza del mercato.

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È per questo motivo che oggi l’ecologia, mettendo la natura al di sopra degli esseri umani, facendosi dunque cassa di risonanza della sfiducia post-moderna nelle grandi visioni ed azioni collettive, diventa il candidato ideale per l’ideologia dominante.

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