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I prodotti farinacei devono essere fatti esclusivamente con grano italiano? Non secondo i pastai. A smentire quanto affermato dagli agricoltori pugliesi, in protesta questa mattina sul lungomare, è l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane.\r\n\r\nSecondo i rappresentanti dell’associazione, infatti, l’import di grano estero – chiaramente di qualità – è l’elemento base per salvare il mito della pasta italiana. Mantenendo in vita 120 aziende pastarie e 300mila aziende agricole italiane. Senza importare grano dall’estero, quindi, gli agricoltori rischierebbero di vendere all’industria dei prodotti farinacei meno grano. Potrebbero smerciare solo quello che raggiunge i parametri qualitativi della materia prima previsti dalla legge di purezza, varata nel 1967. Il resto, se non si potesse mischiare con grano estero di alta qualità, potrebbe essere venduto solo per l’alimentazione animale, con una perdita dei ricavi per gli agricoltori di circa il 50%.\r\n\r\n“Purtroppo, l’origine italiana del grano duro non è in sé sinonimo di qualità – afferma Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi. Negli ultimi 7 anni i valori proteici del grano duro italiano sono stati molto prossimi al 12%. Spesso anche inferiori. Al limite, dunque – considerando il calo di circa un punto percentuale nella trasformazione da grano a semola – dei parametri stabiliti dalla legge di purezza, cioè il 10,5%, e ampiamente al di sotto delle esigenze necessarie per produrre una pasta di alta qualità”.\r\n\r\nE a pagarne le conseguenze, secondo l’associazione, non sarebbero solo gli agricoltori, ma anche i consumatori. “Dovremmo rinunciare – spiegano  – a 3 pacchi di pasta su 10. E quella prodotta rischierebbe di essere, in media, di minore qualità. Certo, resterebbero le produzioni di quei pastifici che hanno scelto di utilizzare esclusivamente grano italiano di qualità. Ma questo non significa che tutto il grano nazionale in purezza possa sopperire alle richieste quali/quantitative di produttori e consumatori, in Italia e nel mondo. In pratica, non garantiremmo a tutti la consistenza ‘al dente’. Con il rischio di una migrazione verso cereali alternativi e con buona pace della dieta mediterranea”.\r\n\r\nInsomma, l’altra fazione della cosiddetta “guerra del grano” sono i pastai, accusati spesso dagli agricoltori di speculare sui prezzi. “Queste accuse non reggono la prova dei fatti – spiega l’associazione – gli industriali, esattamente come gli agricoltori, subiscono le leggi dei mercati globali. Nel 2008 hanno dovuto pagare il grano duro 500 euro alla tonnellata, vivendo una crisi che ha messo in difficoltà il settore. E se oggi il prezzo del grano duro in Italia è calato del 42% rispetto al 2015 (anno di picco per una cattiva stagione internazionale), è anche vero che risulta più alto di circa il 20% rispetto al 2010. Le fluttuazioni non dipendono dai pastai ma dalle leggi di mercato”.\r\n\r\n 


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