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Per vivere è fondamentale l’amore, il contatto, un abbraccio.

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Non è una visione romantica della vita, non è un’illusione, ma è sempre più provato che per crescere e svilupparsi non è sufficiente solo mangiare e bere, un ruolo primario ce l’ha anche il contatto, il sentirsi sicuri e protetti.

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Un bambino che ricerca il seno materno non è solo spinto dalla fame, ma è spinto anche da quell’istinto umano che porta l’uomo a ricercare l’amore e l’affetto, che non si apprendono, ma ci sono già dalla nascita.

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Per riuscire a capire e “toccare” questi concetti  facciamo un passo indietro, nel 1958 quando Harlow, uno psicologo americano, ha deciso di approfondire il rapporto madre-bambino, con l’obiettivo di capire se fosse mosso soltanto dalla soddisfazioni di bisogni fisiologici per il bambino o se ci fosse qualcosa di più profondo.

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Per farlo ha condotto degli esperimenti su scimmie rhesus, dei primati con delle caratteristiche affini all’essere umano.

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Nello specifico Harlow separò le scimmie neonate dalle loro madri biologiche entro 6-12 ore dopo la loro nascita e le allevò esclusivamente con latte artificiale. Inseguito ha osservato i loro comportamenti sottoponendoli a diverse prove. Ha messo questi neonati in uno spazio costruito appositamente, simile ad una piccola scatola, con dei “surrogati” di mamme inanimate. C’erano due tipi di finte mamme: una era fatta esclusivamente di rete metallica e l’altra era fatta di legno, ma soprattutto era ricoperta da un panno morbido.

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In questo esperimento entrambi i tipi di surrogati sono stati messi nello stesso posto dei cuccioli di scimmia, e spettava a questi decidere da chi andare a ricercare nutrimento in quanto entrambi avevano la possibilità di nutrirli. In questa situazione la scelta andava sulla costruzione metallica ricoperta da un panno: per i piccoli non era indifferente la scelta, non bastava solo soddisfare il bisogno di nutrimento, ma c’era la necessità di andare verso la mamma surrogata più confortevole.

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Inoltre, quando i cuccioli venivano spaventati appositamente attraverso un gioco, correvano ad abbracciare sempre la “mamma” morbida, quella ricoperta dal panno, e se veniva tolto il panno iniziavano a diventare nervosi e a ribellarsi.

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Con la presenza del panno sul metallo le piccole scimmie sembravano anche essere più tranquille, ed esploravano l’ambiente in serenità.

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Dopo aver osservato le piccole scimmie nel corso del tempo, si è riscontrato che, anche se ricevevano il nutrimento esclusivamente dalla madre metallica, trascorrevano comunque più tempo con la mamma di panno, concedendosi coccole e affetto e ricercando in lei conforto. Basta questo a confermare il fatto che la mamma non è unicamente fonte di nutrimento per il bambino e che il rapporto va oltre la soddisfazione di bisogni puramente fisiologici.

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Inoltre le piccole scimmie cresciute con la mamma “coccolona” hanno sviluppato un comportamento che potremmo definire di “attaccamento sicuro”, che li portava ad avvicinarsi alla mamma quando si sentivano in pericolo e a mantenersi vicino finchè non si sentivano sicuri.

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Questo esperimento ha dimostrato non solo la profondità del legame tra madre e bambino e l’importanza del contatto per un sano sviluppo, ma fa anche riflettere sull’importanza del “caregiver”, di colui che si prende cura del bambino, e che non sempre corrisponde alla figura materna.

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Un padre, un genitore adottivo, una nonna, un’educatrice all’interno di un istituto: sono tutte figure che possono assumere il ruolo di caregiver, dedicandosi alla loro cura, crescita e protezione, a patto che non si trascuri l’importanza dell’amore, dell’affetto e del contatto.

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